FELTRI RISPONDE:

E SE L’EDICOLANTE VENDESSE CAFFÈ O SIGARETTE?

 

 

Enrico Giannone il 4 gennaio 2000 ci scrive da Monza: Vi mando la lettera da me inviata al direttore del GIORNO Vittorio Feltri con la sua risposta (che peraltro condivido solo in parte!). Debbo dire che l’accenno un po’ polemico alla lunghezza (ben superiore a quella pubblicata) della lettera è più che giusto. D’altra parte non avrei mai pensato di “finire stampato” e poi... è la prima volta che scrivo a un giornale, perbacco!

Vogliate gradire i miei saluti e i migliori auguri per un buon 2000.

 

(Questa è la lettera del nostro lettore apparsa su Il Giorno del 21 dicembre 1999)

 

Non mi sfugge una triste realtà e cioè che quando si scrive al direttore di un giornale, le possibilità di avere una risposta sono poche. Mi incoraggia però il coincidere di fondo dei nostri intenti lavorativi (seppure a diversi livelli...): la diffusione della “carta stampata”. Lei dirigendo importanti testate con professionalità; io più semplicemente (ma con tanta fatica) cercando di venderle. Sono, infatti, un giornalaio: ho 45 anni, lavoro a Monza e vorrei tanto conoscere la sua posizione nei riguardi di noi edicolanti: almeno 12 ore di apertura, cinque giorni di festività all’anno. È dura.

Nonostante ciò non mi lamento; ce la metto tutta e posso dire che la mia è un’aziendina sana: con l’aiuto di mia moglie (e anche un po’ di mio figlio) abbiamo di che vivere dignitosamente.

Ma che cosa succederà ora con la liberalizzazione? Le chiedo, direttore, ma ci crede davvero? Crede veramente che chi fino a oggi non ha acquistato giornali, lo abbia fatto per la scomodità di recarsi in edicola e che ora possa finalmente saziare la sua fame di sapere comprando il giornale con wurstel e salame? E poi c’è la guerra che ci fanno gli editori.

Il metodo è semplice e convincente: giornali gratuiti per una settimana davanti alla porta di casa, offerta scontata e il gioco è fatto! Tutto giusto: ma che concorrenza è quella basata su regole che prevedono che un venditore possa fare sconti su un certo prodotto e un altro, sullo stesso prodotto, sia obbligato a non farli?

Enrico Giannone – Monza

 

(E questa è la risposta di Vittorio Feltri)

 

Spesso come nel suo caso le lettere sono troppo lunghe e scoraggiano. Le guardi e le accantoni pensando: le leggerò quando avrò tempo.

Ma il tempo non c’è (quasi) mai e finiscono nel dimenticatoio. Non è cattiva volontà. Bisognerebbe che i lettori fossero telegrafici o almeno si sforzassero di non essere romanzieri. Ciò detto, ammetto che lei solleva una questione importante e irrisolta. Da anni gli addetti ai lavori editoriali, davanti al permanere della crisi (si vendono pochi giornali in rapporto alla popolazione) si consolano dicendo: se quotidiani e periodici si potessero comprare al bar, dal tabaccaio,

al supermercato, probabilmente crescerebbe il volume degli affari.

Così si è arrivati all’esperimento noto. Un disastro. La gente non sa o non ha capito, sicché fuori dall’edicola acquista solo occasionalmente. Tra l’altro, se osserviamo quanto accaduto nel settore librario, non c’è da stare allegri. Una volta i libri si vendevano in libreria, ora anche negli autogrill e nei supermarket. Risultato, il pubblico compra qua e là, nei negozi e nei centri della grande distribuzione. Però il numero delle copie è rimasto pressoché invariato. Sono tuttavia aumentati i costi distributivi. Non vorrei succedesse la stessa cosa per i giornali.

Speriamo di no. Forse si tratta di insistere, di fare in modo che gli italiani si abituino a trovare i prodotti della stampa in vari punti. Ma qui ci si scontra con gli interessi degli edicolanti, i quali si vedono, comunque sottratta un fetta di mercato e incassano meno a parità di impiego e di carico lavorativo. Ovvio siano seccati. Tanto più che in Italia sono stati liberalizzati solamente i giornali mentre gli altri monopoli sono gelosamente difesi da chi li detiene.

Una proposta l’ho fatta e la ribadisco: se al tabaccaio è consentito smerciare giornali, perché non consentire all’edicolante di vendere sigarette?

Se al bar acquisti il quotidiano perché non è possibile bere il caffè o il cicchettino all’edicola?

(In questo caso forse sarebbe più pratico limitarsi a vendere caramelle, gomme americane e pastigliaggi vari – ndr).

Per realizzare il progetto non ci vorrebbe molto: o permettere all’edicolante di ingrandire il chiosco (anche per migliorare l’esposizione) o di sostituirlo con un normale negozio in cui caffè, sigarette e giornali abbiano il dovuto spazio.

Insomma l’edicolante per non morire deve pretendere un trattamento se non previlegiato, non difforme da quello riservato alle categorie che gli hanno rubato i clienti.

V.F.

 

LA BIBBIA DEGLI EDICOLANTI

Viterbo, 27 gennaio 2000

• Spett.le Azienda Edicola,

secondo me la vostra rivista è un periodico importante per noi giornalai, tant’è che io la chiamo “La Bibbia degli edicolanti”!

Bravi, continuate così!

Vorrei che parlaste di più delle novità come per esempio: “La richiesta dei tabacchi… le caramelle, ecc.”

Paolo Garrafa

<garraf@supereva.it>

 

Grazie caro amico. Ogni tanto fa piacere ricevere anche dei complimenti: questo ci sprona a cercare di fare sempre meglio.