Di Luca Toffetti

...un amore difficile, fatto di continui sacrifici,
accudito, curato e coccolato,
che per colpa di... Pinocchio rischia,
ora, di finire in beffa.
Mio nonno mi parlava sempre
di due 24 maggio, di quello del 1915 quando partì militare proprio nel giorno
in cui l’Italia dichiarò guerra all’Austria e di quello del 1918 quando,
all’indomani della battaglia del Piave, pianse per la gioia di essere ancora
vivo.
Io ancora non ho nipoti, ma
spero di averne almeno uno, un giorno.
E a lui racconterò anch’io di
un 24 maggio: quello dell’anno 1999 (giusto un anno fa), quello vissuto da me,
quello che ha visto l’inizio della “sperimentazione” nella vendita dei
giornali.
Non sarà una storia bella,
non potrò parlare di vittorie, niente di eroico o di epico. Sarà la storia di
un amore finito male, senza lacrime perché soffocate dalla rabbia, quella
rabbia che mi satura persino i pori della pelle, quella rabbia che mi prende
quando qualcosa di grande, di bello, di perfetto viene rovinato
dall’incompetenza, dall’ignoranza, dall’imbecillità e dall’arroganza
“Vedi” racconterò a mio
nipote “ho amato molto il mio lavoro di giornalaio, l’ho amato per più di
trent’anni, con passione, con dedizione, con attaccamento.
Un amore difficile, fatto di
continui sacrifici, di levatacce prima dell’alba, di festività trascorse
lavorando, di ferie non fatte, di quotidiani problemi con il trasportatore che
non arrivava, con le mancanze, con i tagli delle forniture, con i conti che non
tornavano.
Un amore che avevo accudito
attentamente, curato, coccolato direi: avevo avuto la fortuna
di lavorare in un negozio,
non in un chiosco come tanti miei colleghi esposti al caldo e al freddo delle
stagioni e asfissiati dai gas di scarico delle auto.
Mano a mano che il lavoro
cresceva e il mio amore diventava più grande io aumentavo le mie cure, le mie
attenzioni: nuovo arredamento, nuovo banco, introduzione dell’informatica...
Poi è arrivato il 24 maggio.
No, non è stato un fulmine a ciel sereno.
Erano anni che gli editori
accusavano noi giornalai di essere responsabili di tutti i mali della stampa in
Italia; avevano ripetutamente fatto scrivere a giornalisti prezzolati che
eravamo una setta corporativa, una potente lobby che voleva mantenere i propri
privilegi (quali?), che la vendita dei giornali doveva essere liberalizzata
come quella dei dentifrici. Solo così gli italiani sarebbero diventati assidui
lettori.
E così i politici, maestri
nell’arte del do ut des (mai mettersi contro gli editori che hanno in mano una buona parte dell’informazione)
avevano architettato un classico compromesso all’italiana partorendo una
leggina che consentiva la vendita sperimentale dei giornali nei bar, tabacchi,
supermercati, eccetera.
Questo fatto non aveva però
scalfito il mio amore per la carta stampata anche se pensare ai giornali
buttati là, abbandonati su un banco di un supermercato o confinati in un misero
espositore nascosto in un angolo di un bar, non mi faceva molto piacere.
Era come vedere la propria
amata trascinata via da una banda di briganti e portata in mezzo a una strada
per prostituirsi.
Comunque, pensai, se
sperimentazione dev’essere, sperimentazione sia; tanto noi giornalai saremmo
riusciti a dimostrare che la nostra competenza, la nostra professionalità, la nostra abitudine ai sacrifici non
erano seconde a nessuno e il confronto non ci faceva paura.
Sapevo che non sarebbe stato
un confronto ad armi pari: i bar-tabacchi, senza investire una lira in
particolari arredamenti, avrebbero sicuramente puntato solo sui quotidiani che
necessitano di poco spazio; i supermercati, grazie alla loro potenza economica,
avrebbero preteso e ottenuto di ricevere solo grossi quantitativi di
pubblicazioni “buone”, facilmente commerciabili: per gli sperimentali, quindi,
niente pornografia, niente ridistribuiti, niente cataste di prodotti para
editoriali che ti succhiano spazio, tempo e soldi.
Sapevo anche che qualche
pericolo poteva derivare dalla mancanza nella legge di un criterio
distanziometrico, però, via, la FIEG aveva ripetutamente garantito ai nostri
sindacati la massima attenzione per evitare travasi di vendite o penalizzazioni
per i punti vendita già esistenti. Nessuna sovrapposizione e, quindi, nessun
pericolo: solamente la ricerca di nuovi lettori nell’interesse di tutti,
ripetevano gli editori.
Ma (c’è sempre un “ma” nelle
storie non a lieto fine) nella mia analisi avevo dimenticato un fattore: la
scelta dei punti sperimentali da attivare nella zona di Lucca era stata
attribuita dalla FIEG a un ispettore di una testata da sempre faziosamente
schierata per una completa liberalizzazione della vendita dei giornali.
Non so con quale criterio
costui abbia operato: forse aveva messo tutti i nomi dei richiedenti in un
sacchetto e aveva tirato a sorte, forse era andato a simpatia, forse credeva di
giocare a Monopoli, forse aveva obbedito anche troppo attivamente a ordini
ricevuti.
Sicuramente non aveva usato
il buonsenso, certamente aveva dimostrato una insuperabile incompetenza e un
totale menefreghismo nei confronti di una categoria alla quale, quanto meno,
doveva un minimo di rispetto.
Così dei primi otto punti
sperimentali scelti dalla FIEG due erano andati a meno di 50 metri da rivendite
esistenti, due a meno di 100 metri e due a meno di 200 metri. E poi ancora
altri a pioggia, senza alcun criterio logico e, comunque, sempre in zone già
servite.
Disattese le promesse,
traditi gli accordi sottoscritti, la FIEG aveva ottenuto, stravolgendo lo
spirito della sperimentazione, la possibilità di decidere dove aprire nuovi
punti vendita senza dover ascoltare governo, regioni, amministrazioni comunali
e sindacati. Una vera beffa!”
“Sai nonno” dirà il mio
giovanissimo ascoltatore “questa storia mi ricorda molto quella di Pinocchio
alle prese col Gatto e la Volpe ......”
“Sì, siamo stati un po’
citrulli a credere alle promesse della FIEG! E dire che ci avevano già
abbindolati in tante altre occasioni. Ma avevano montato l’opinione pubblica
contro di noi, avevano fatto aleggiare lo spettro della Bersani, avevano dalla
loro parte molti, troppi uomini politici...... Mi sa che, invece, il Pinocchio
è proprio la F... !”
“Ma dai, nonno!” mi
interromperà mio nipote. “Che scuse sono queste? Bastava far scendere in
piazza: 35.000 famiglie di giornalai. Perché non lo avete fatto?”
“Perché... perché... Senti,
smettila con domande a cui non so come rispondere e portami quel libro, sì
quello sul comodino, quello che gli editori hanno mandato come strenna a tutti
i giornalai, I Miserabili, sì, proprio quello”.