Riflessioni personali, ma non troppo,
sulle tendenze del nuovo millennio.
New economy, sperpero di risorse e verità
inconfutabili che, però... non vede nessuno.
Può sembrare banale e fuori
luogo che in un giornale come il nostro si analizzino le tendenze della
società, ma a forza di rimanere arroccati sulle proprie convinzioni e di vivere
solo il proprio microcosmo, si perdono di vista quelle variazioni nelle
abitudini della gente, che diventano poi quelle consuetudini che tendono a
caratterizzare, nel bene e nel male, il nostro futuro.
È evidente che il progresso
ha cambiato i nostri costumi: giorno dopo giorno, nuovi prodotti
tecnologicamente avanzati entrano sul mercato e, in breve tempo, i loro costi
di produzione vengono talmente abbattuti da diventare alla portata di tutti.
Questo ha determinato uno
spostamento nelle abitudini consumistiche della gente e un inconsapevole
aumento del costo della propria vita. È infatti innegabile che a parità di
reddito, se il consumatore ha, o “trova” nuove necessità, è costretto a fare
delle scelte e ad abolire, o “tagliare”, quei consumi che gli sembrano non più
necessari, o meno necessari di una volta.
Mi spiego meglio con qualche
piccolo esempio: in una famiglia di tre persone, oggi vi sono quattro telefoni
di cui tre cellulari; è vero il costo dei telefonini è talmente basso da
permetterne l’acquisto praticamente a chiunque. Ma, se fino a qualche anno fa,
il telefono, più o meno costoso a seconda del suo uso, era da considerare come
un indispensabile consumo familiare ora, rimasto fermo questo principio –
complici anche incomprensibili miriadi di tariffe – il telefonino è diventato
una costosa “uscita” personale, aumentando di molte centinaia di migliaia di
lire (spesso subdolamente invisibili grazie alle schede prepagate), i costi
precedenti.
La pay-tv impazza, Tele+ e
Stream continuano a fare nuovi abbonati; tutti vedono sport in tempo reale a
casa, il film che si vuole all’ora preferita, ma tutto costa e, anche qui,
centinaia di migliaia di lire se ne vanno...
Sempre più persone sono
contagiate dal virus di Internet: pochi quelli che ne fanno un uso ragionato,
utile e corretto. Risultato? Alti costi di esercizio che si aggiungono ai
precedenti.
New economy, una parola sulla
bocca di tutti; c’è chi si sente manager di se stesso complice un’inflazione
che c’è, che contribuisce a erodere i patrimoni e spinge tutti a buttarsi in
borsa e a non parlare d’altro sul posto di lavoro. Cuccia al confronto è uno
scolaretto; per pochi va bene ma per molti l’unico obiettivo raggiunto è quello
di essere più poveri di prima.
Grazie a uno Stato sempre più
biscazziere e alla mancanza di regole, sempre più Italiani contraggono il male
del gioco (videopoker), rincorrono il mito della ricchezza; pare che negli
ultimi due anni il valore delle giocate legali sia raddoppiato: tutto questo
denaro è stato distratto dall’economia reale, rendendo, di fatto, ricco lo
Stato ma più poveri i suoi sudditi.
Come se ciò non bastasse
tutto quanto, oltre ad avere variato radicalmente le abitudini della gente, sta
portando a un analfabetismo di ritorno: non si studia più, non si sente più la
cultura personale come una necessità, si legge sempre meno e imperano
l’individualismo e l’edonismo sfrenato.
La regia occulta di quanto
accade sembra essere in mano a un oligopolio che può orientare in maniera
subliminale grandi masse come nella fattoria degli animali di Orwelliana
memoria.
Di questa crisi di identità
se ne accorgono anche all’estero: è di questi giorni la pubblicazione su
VARIETY, la rivista americana considerata la bibbia dello spettacolo, di un
servizio in cui il corrispondente dall’Italia bacchetta le nostre televisioni
per l’assenza di qualità nei palinsesti: “La TV italiana è orribile, un vero e
proprio disastro; vediamo solo giochi a premi idioti che promettono soldi
facili, mentre la prima serata è ridotta a uno sterminato varietà in cui si
alternano politici, soubrette seminude e bellezze esotiche importate. La
cultura è totalmente assente dalla TV italiana”.
Non molto dissimile quanto
succede nel panorama editoriale, sempre più testate sembrano costruite per
semianalfabeti: articoli brevissimi, grandi fotografie, assenza di contenuti;
giornali non da leggere ma da guardare o sfogliare, infarciti di pubblicità
perché questa è il vero Dio cui si sono votati gli editori tralasciando quello
che dovrebbe essere il loro fine ultimo: la creazione del miglior prodotto
possibile per tendere alla massima vendita.
Un importante manager
francese, da molti anni in Italia alla guida di un gruppo editoriale, in un’intervista a un giornale economico spara
a zero sul suo stesso mondo evidenziando quelli che sono i fenomeni abnormi
nell’editoria: l’Italia è il paese che usa un grande numero di stratagemmi per
gonfiare la diffusione; molte testate non sono in grado di vivere da sole e
debbono ricorrere ad abbinamenti e gadget (se i giornali si vendono solo con
promozioni e regalini, sono svuotati della loro ragione di essere); il cut
price ha senso in fase di lancio di una testata ma deve durare poco; troppa
pubblicità finisce per impoverire il giornale perdendo così di efficacia.
Critica poi il sistema delle
rilevazioni sulla diffusione (e in questo si associa anche una gentile signora
a capo di una prestigiosa casa editrice italiana) dicendo che dovrebbero essere
separate le copie vendute a metà prezzo (o quelle regalate) da quelle a prezzo
intero. In altre nazioni ciò non succede; in poche parole il nostro è un
mercato drogato.
È strano: sono anni che sostengo
le stesse cose, dunque: o io posso fare il manager editoriale o questo signore
ha detto delle verità così lampanti e inconfutabili che nessuno le vuole
vedere.
Spostamento nei bisogni e nei
consumi, testate poco appetibili e sovraccaricate di pubblicità, analfabetismo
di ritorno sono i fattori che hanno contribuito – e continuano a farlo – al
calo delle vendite dei giornali e che dovrebbero fare riflettere.
Noi possiamo essere le
sentinelle critiche per la diffusione di quel po’ di cultura e informazione che
rimane. Ma dobbiamo cambiare pelle e mentalità.
Abbiamo una rete di vendita
radicata sul territorio; se vogliamo sopravvivere dobbiamo imparare dagli
editori: i giornali potrebbero, diventare il GADGET per vendere altri prodotti
sicuramente più redditizi.
Prima o poi si dovranno
aprire le trattative per l’Accordo Nazionale ormai scaduto da due anni. Non
tenere conto di questi fattori e ripensarlo solo come una riscrittura più o
meno aggiornata del precedente, significa essere fuori dal mondo, non avere
capito eventuali errori precedenti, non essere al passo con le mutazioni sempre
più rapide della nostra società.
Vi sono nuovi attori sulla
scena del mercato, le regole devono essere chiare e non interpretabili.
Anche gli editori vanno messi
in concorrenza tra loro, come deve essere in ogni libero mercato. Senza
dimenticare che il nostro Paese è stretto e lungo e ciò che vale al Nord
potrebbe non valere per il Sud o nelle Isole. Senza dimenticare che le nostre
edicole sono delle piccole aziende che danno dei servizi. E i servizi vanno
remunerati, equamente.