MERCATO GLOBALE, CERVELLO PARZIALE

 

Di Carlo Leopardo

 

Riflessioni personali, ma non troppo,

sulle tendenze del nuovo millennio.

New economy, sperpero di risorse e verità

inconfutabili che, però... non vede nessuno.

 

Può sembrare banale e fuori luogo che in un giornale come il nostro si analizzino le tendenze della società, ma a forza di rimanere arroccati sulle proprie convinzioni e di vivere solo il proprio microcosmo, si perdono di vista quelle variazioni nelle abitudini della gente, che diventano poi quelle consuetudini che tendono a caratterizzare, nel bene e nel male, il nostro futuro.

È evidente che il progresso ha cambiato i nostri costumi: giorno dopo giorno, nuovi prodotti tecnologicamente avanzati entrano sul mercato e, in breve tempo, i loro costi di produzione vengono talmente abbattuti da diventare alla portata di tutti.

Questo ha determinato uno spostamento nelle abitudini consumistiche della gente e un inconsapevole aumento del costo della propria vita. È infatti innegabile che a parità di reddito, se il consumatore ha, o “trova” nuove necessità, è costretto a fare delle scelte e ad abolire, o “tagliare”, quei consumi che gli sembrano non più necessari, o meno necessari di una volta.

Mi spiego meglio con qualche piccolo esempio: in una famiglia di tre persone, oggi vi sono quattro telefoni di cui tre cellulari; è vero il costo dei telefonini è talmente basso da permetterne l’acquisto praticamente a chiunque. Ma, se fino a qualche anno fa, il telefono, più o meno costoso a seconda del suo uso, era da considerare come un indispensabile consumo familiare ora, rimasto fermo questo principio – complici anche incomprensibili miriadi di tariffe – il telefonino è diventato una costosa “uscita” personale, aumentando di molte centinaia di migliaia di lire (spesso subdolamente invisibili grazie alle schede prepagate), i costi precedenti.

La pay-tv impazza, Tele+ e Stream continuano a fare nuovi abbonati; tutti vedono sport in tempo reale a casa, il film che si vuole all’ora preferita, ma tutto costa e, anche qui, centinaia di migliaia di lire se ne vanno...

Sempre più persone sono contagiate dal virus di Internet: pochi quelli che ne fanno un uso ragionato, utile e corretto. Risultato? Alti costi di esercizio che si aggiungono ai precedenti.

New economy, una parola sulla bocca di tutti; c’è chi si sente manager di se stesso complice un’inflazione che c’è, che contribuisce a erodere i patrimoni e spinge tutti a buttarsi in borsa e a non parlare d’altro sul posto di lavoro. Cuccia al confronto è uno scolaretto; per pochi va bene ma per molti l’unico obiettivo raggiunto è quello di essere più poveri di prima.

Grazie a uno Stato sempre più biscazziere e alla mancanza di regole, sempre più Italiani contraggono il male del gioco (videopoker), rincorrono il mito della ricchezza; pare che negli ultimi due anni il valore delle giocate legali sia raddoppiato: tutto questo denaro è stato distratto dall’economia reale, rendendo, di fatto, ricco lo Stato ma più poveri i suoi sudditi.

Come se ciò non bastasse tutto quanto, oltre ad avere variato radicalmente le abitudini della gente, sta portando a un analfabetismo di ritorno: non si studia più, non si sente più la cultura personale come una necessità, si legge sempre meno e imperano l’individualismo e l’edonismo sfrenato.

La regia occulta di quanto accade sembra essere in mano a un oligopolio che può orientare in maniera subliminale grandi masse come nella fattoria degli animali di Orwelliana memoria.

Di questa crisi di identità se ne accorgono anche all’estero: è di questi giorni la pubblicazione su VARIETY, la rivista americana considerata la bibbia dello spettacolo, di un servizio in cui il corrispondente dall’Italia bacchetta le nostre televisioni per l’assenza di qualità nei palinsesti: “La TV italiana è orribile, un vero e proprio disastro; vediamo solo giochi a premi idioti che promettono soldi facili, mentre la prima serata è ridotta a uno sterminato varietà in cui si alternano politici, soubrette seminude e bellezze esotiche importate. La cultura è totalmente assente dalla TV italiana”.

Non molto dissimile quanto succede nel panorama editoriale, sempre più testate sembrano costruite per semianalfabeti: articoli brevissimi, grandi fotografie, assenza di contenuti; giornali non da leggere ma da guardare o sfogliare, infarciti di pubblicità perché questa è il vero Dio cui si sono votati gli editori tralasciando quello che dovrebbe essere il loro fine ultimo: la creazione del miglior prodotto possibile per tendere alla massima vendita.

Un importante manager francese, da molti anni in Italia alla guida di un  gruppo editoriale, in un’intervista a un giornale economico spara a zero sul suo stesso mondo evidenziando quelli che sono i fenomeni abnormi nell’editoria: l’Italia è il paese che usa un grande numero di stratagemmi per gonfiare la diffusione; molte testate non sono in grado di vivere da sole e debbono ricorrere ad abbinamenti e gadget (se i giornali si vendono solo con promozioni e regalini, sono svuotati della loro ragione di essere); il cut price ha senso in fase di lancio di una testata ma deve durare poco; troppa pubblicità finisce per impoverire il giornale perdendo così di efficacia.

Critica poi il sistema delle rilevazioni sulla diffusione (e in questo si associa anche una gentile signora a capo di una prestigiosa casa editrice italiana) dicendo che dovrebbero essere separate le copie vendute a metà prezzo (o quelle regalate) da quelle a prezzo intero. In altre nazioni ciò non succede; in poche parole il nostro è un mercato drogato.

È strano: sono anni che sostengo le stesse cose, dunque: o io posso fare il manager editoriale o questo signore ha detto delle verità così lampanti e inconfutabili che nessuno le vuole vedere.

Spostamento nei bisogni e nei consumi, testate poco appetibili e sovraccaricate di pubblicità, analfabetismo di ritorno sono i fattori che hanno contribuito – e continuano a farlo – al calo delle vendite dei giornali e che dovrebbero fare riflettere.

Noi possiamo essere le sentinelle critiche per la diffusione di quel po’ di cultura e informazione che rimane. Ma dobbiamo cambiare pelle e mentalità.

Abbiamo una rete di vendita radicata sul territorio; se vogliamo sopravvivere dobbiamo imparare dagli editori: i giornali potrebbero, diventare il GADGET per vendere altri prodotti sicuramente più redditizi.

Prima o poi si dovranno aprire le trattative per l’Accordo Nazionale ormai scaduto da due anni. Non tenere conto di questi fattori e ripensarlo solo come una riscrittura più o meno aggiornata del precedente, significa essere fuori dal mondo, non avere capito eventuali errori precedenti, non essere al passo con le mutazioni sempre più rapide della nostra società.

Vi sono nuovi attori sulla scena del mercato, le regole devono essere chiare e non interpretabili.

Anche gli editori vanno messi in concorrenza tra loro, come deve essere in ogni libero mercato. Senza dimenticare che il nostro Paese è stretto e lungo e ciò che vale al Nord potrebbe non valere per il Sud o nelle Isole. Senza dimenticare che le nostre edicole sono delle piccole aziende che danno dei servizi. E i servizi vanno remunerati, equamente.