UNA
LIRA A PAGINA
Armando Abbiati Presidente Nazionale SNAGConfcommercio
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È stata mia moglie che, qualche sera fa, ha
attirato la mia attenzione sul fatto che i giornali sono veri e propri
cataloghi di pubblicità.
Io, avendo poco tempo, e
leggendo soprattutto quotidiani, non mi ero mai preso la briga di verificare
quanto fosse vero questo assunto.
Anche se l’essere da mesi
bombardati dalle dichiarazioni
entusiastiche degli editori che sbandierano ai quattro venti le loro
incredibili performances pubblicitarie, avrebbe dovuto mettermi sull’avviso.
L’ultima dichiarazione è
quella della RCS, sul Corriere della Sera /31 marzo, che annuncia un profitto
talmente record da essere il “miglior
risultato mai conseguito nella storia del gruppo”.
A cominciare dalla
raccolta pubblicitaria che, nel 1999, ha raggiunto un fatturato di 1.100
miliardi.
Così, arrivato in edicola,
mi sono ritrovato a “soppesare” con molta maggiore attenzione i quintali di
carta che tutte le mattine dobbiamo movimentare dalla cesta al banco, dal banco
al retrobanco, dal retrobanco di nuovo alla cesta e così via con una
involontaria continua ginnastica che, anziché migliorare il nostro tono
muscolare, peggiora senza scampo le condizioni della nostra spina dorsale,
ormai permanentemente dolorante.
Non c’è nulla da fare: mia
moglie, come sempre, ha ragione.
Per dimostrami che la sua
affermazione corrispondeva al vero, si è presa la briga di farmi trovare
qualche dato per due testate esemplari:
CORRIERE DELLA SERA: 28
pagine di pubblicità su 56
IO DONNA: 122 pagine,
sempre di pubblicità, su 260 complessive.
REPUBBLICA: 34 pagine più
qualche modulo (sono i formati piccolini)
D:122 pagine su 274.
E qui si parla soltanto di
pubblicità tabellare, perché se a queste pagine aggiungiamo – per i magazines –
quelle di moda, quelle sulla cosmesi,
sugli accessori, sui prodotti più trendy, ecc. ecc. tutte regolarmente
corredate da marchi,
prezzi e indirizzi dove
acquistare i prodotti citati, beh, allora possiamo soltanto dire che… non c’è
più religione.
Pensate che in una foto di
moda (che presenta una candida camicia in cotone indossata da una donna che se
ne sta sotto un lenzuolo, ma che potrebbe benissimo essere adatta anche
all’uomo che le è accanto nudo, nel letto) la didascalia cita, oltre alla
prestigiosa griffe francese di abbigliamento, anche le diverse aziende che
producono il tavolino/vassoio, il lampadario e il lettore cd appeso alla
parete, oggetti tutti presenti nella
famigerata foto di moda.
Dei due pacchetti di
biscotti appoggiati sul vassoio la citazione, invece, non c’è perché il marchio
è bello grande e,
quindi, si legge
benissimo.
Come vogliamo chiamare
tutto ciò?
Di certo non si può
invocare la pubblicità occulta perché tale non lo è affatto.
È proprio palese palese.
Naturalmente la cosa
cambia ancora in peggio, quando gli allegati cosi furbescamente aggiunti ai
quotidiani sono cellofanati e
nascondono all’interno altre meraviglie: quali?
Giganteschi patinatissimi
cataloghi di moda, di orologi, pellicce, turismo (Sirmione, quanto lieto ti
rivedo, dove il poeta Catullo, nato nel 84 a.C – o 87, la data è incerta –
...suggerisce ai lettori, in 20 pagine, pregevolissimi alberghi; confesso, l’ho
conservato: mia suocera vuole andare a passare qualche giorno alle terme) e
cucina (una compilation di ricette Jocca in formato juke-box per altre 16 pagine.
Finita questa – nonostante
l’appetibilità delle ricette fotografate – immediatamente nel cestino perché a me questo formaggio, proprio, non
piace).
Ma la pubblicità non deve
avere un limite del 50%?
O questa clausola vale
solo per poter usufruire di più favorevoli condizioni per le spedizioni
postali?
Certo che se i clienti
pubblicitari stazionassero vicino a un’edicola per una mezz’ora, resterebbero
allibiti nel vedere la fine che fanno centinaia di milioni spesi in lucidi,
preziosi quartini, ottavi e sedicesimi
stampati a quattro colori.
I cestini agganciati ai
lampioni bastano, appena, per i primi cinque minuti mentre quelli da noi
predisposti, molto più grandi perché conosciamo i nostri clienti, soltanto per
la successiva mezz’ora.
Naturalmente parlo per
Milano dove, per esempio, i volantini immobiliari (ma anche quelli sui prodotti informatici) che il Corriere della
Sera inserisce automaticamente nella
piega del quotidiano, scivolano invece subito a terra, trasformando il selciato
in un tappeto stile patchwork sul quale è meglio non mettere piede per evitare
di finire a gambe all’aria.
Sapete che vi dico? Mi
piacerebbe proprio sapere quanto costa veicolare attraverso i giornali, questi
inserti e questa montagna di pubblicità.
Perché a noi, di tutto
questo ben di Dio non viene in tasca nulla.
Sì, sì lo so che abbiamo
le sei e le trenta lire...
Ma non vi sembra un po’
pochino di fronte al macroscopico profitto cui siamo costretti a contribuire
con il nostro mal pagato lavoro?
E se con il rinnovo del
contratto – che prima o poi dovremo ridiscutere – chiedessimo, al loro posto, 1 lira a pagina? Pubblicitaria,
naturalmente.