Dopo diciotto mesi di angoscia
quello che sembrava potesse diventare un vero e proprio catafascio si è dimostrato (ma noi lo
avevamo previsto fin dal principio) soltanto una grossa bolla di sapone.
I miliardi spesi dal mondo
editoriale hanno fruttato soltanto un incremento di vendite complessivo
dell’1,7%!
E'
stato presentato
a Roma il 18 novembre scorso, il Monitoraggio della sperimentazione
dell’allargamento della rete di vendita dei giornali, realizzato dal Dipartimento
di Economia dell’Università di Parma, su incarico del Dipartimento per
l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Uno studio ponderoso di ben 453 pagine, fitto soprattutto di tabelle, che
analizza cosa è successo nelle sei città scelte a campione del territorio
nazionale: Milano, Parma, Firenze, Roma, Lecce e Palermo.
Potrebbe
sembrare assurdo, ma il risultato è un miserrimo incremento dell’1,7% a
livello nazionale.
Questa
percentuale nasce da una media estremamente variegata che vede, per esempio i
quotidiani in Lombardia, essere ulteriormente calati dell’1,3%. E naturalmente
qualcuno dirà: “Chissà cosa sarebbe successo se non ci fosse stata la
sperimentazione!”.
I segni
negativi, comunque si sprecano.
Segno di una
generale insofferenza nei confronti della stampa?
Troppa carta sul
mercato?
E pensare che
gli editori, alla partenza della sperimentazione, auspicavano un aumento dal 5%
al 10%. Ciancio Sanfilippo, presidente FIEG sul Sole 24 Ore del 26
aprile 1999 diceva di accontentarsi del 7-8%, mentre Franco Capparelli,
direttore generale della Poligrafici Editoriale, editrice del Resto
del Carlino, Nazione e Giorno pensava che potesse “portare a un incremento
del 10/15%” (vedi Azienda Edicola n.2/99 – pag.14).
A Parma
per esempio, – nei punti di vendita alternativi – il quotidiano locale ha avuto
un incremento dello 0,6%, mentre quello nazionale ha segnato un + 0,37%,
entrambi con rese molto elevate.
È evidente che
ci sono rivendite esclusive cui la sperimentazione ha dato dei problemi,
soprattutto per la loro vicinanza a esercizi della grande distribuzione (GDO),
ma la percentuale è comunque molto bassa (anche se i diretti interessati sono
giustamente preoccupati di quanto potrà accadere in futuro) e in più di un caso
è stato possibile dimostrare con i documenti alla mano che la situazione non
era così nera come veniva dipinta.
Vediamo ora più
in dettaglio i punti salienti del rapporto.
Il controllo
della sperimentazione
Gli editori
hanno esercitato, a priori, un rilevante controllo della sperimentazione
indicando ai distributori locali i nuovi Punti di Vendita Alternativi (PVA) da
attivare e individuando i prodotti editoriali unitamente alle quantità iniziali
da somministrare. A posteriori, e sulla base delle rilevazioni fatte dal
Dipartimento incaricato del monitoraggio, il controllo dell’editore è risultato
meno solido: il numero delle testate in sperimentazione è stato, infatti,
variabile in maniera rilevante tra le diverse piazze e ciò lascia supporre una
certa autonomia del distributore locale nella definizione dell’assortimento ai
PVA.
in sperimentazione
Non che ce ne
fosse bisogno, ma è risultato che l’assortimento degli esercizi despecializzati
(PVA) è molto più “asciutto” – hanno cioè meno testate – di quello delle
rivendite esclusive.
609,
infatti, il numero delle testate in
sperimentazione.
Per avere un
esempio pratico e immediato sul significato di “asciutto”, basta dire che i
titoli normalmente distribuiti nelle edicole esclusive, per le sei città
monitorate sono:
I punti vendita
in sperimentazione
Sono stati
rilevati alcuni dati salienti come:
Il rifornimento
ai PVA in sperimentazione, ha provocato ai distributori locali maggiori costi
rispetto a quello per il rifornimento delle edicole, sia nella fase della
consegna che nella gestione della resa e dei pagamenti (ma dove esiste un’altra
categoria come quella delle rivendite di giornali?). Gli editori hanno, però,
riconosciuto loro – fino a giugno – un maggiore contributo.
Nello studio si
legge che “in assenza di un prolungamento del contributo, il numero dei PVA è
destinato a ridursi; al termine della sperimentazione resteranno attivi solo
quei punti vendita il cui fatturato giustifica il sostenimento di costi
incrementati da parte del distributore locale”.
I
distributori di carburanti
si sono lamentati per:
La GDO
ha, invece, espresso particolare soddisfazione per il livello e la qualità del
servizio ricevuto dai distributori locali, oltre che per i risultati di vendita
ottenuti (ma la cosa ci sembra logica visto che, per poterla servire ad hoc,
sono state create delle apposite strutture distributive).
E a questo
proposito gli edicolanti puntano il dito contro la GDO proprio perché
sarebbe avvantaggiata da:
Le librerie
lamentano:
Ma vedremo che
la libreria, che dovrebbe essere uno dei punti più idonei, in realtà è quello
che dalla sperimentazione è uscito con i risultati più deludenti.
A livello
nazionale, le copie vendute sono aumentate dell’1,7%; l’incremento maggiore si
è verificato nel Sud e nelle Isole (+2,9%), seguite a breve distanza dal
Nord-Ovest (+2,4%) e, a forte distanza, dal Nord-Est (+1,4%) e dal Centro
(+0,1%).
La variazione
del numero totale di copie per tipologia di testate registra degli scostamenti
notevoli perché si va da un +49,4% per le Varie e +23,2% per le riviste
Sport/Motori e Moda/Maglia/ Cucito a un – 14% per le riviste di Cucina.
A livello di
periodicità, il più forte incremento si registra per i settimanali (+5%).
Per quanto
riguarda il fatturato, questo è aumentato del 3,1%. Anche qui si registrano
notevoli scostamenti in quanto il campo di variazione va da +9,8% e +9,6%
rispettivamente della Valle d’Aosta e Calabria al – 2,1% delle Marche.
Contro una media
del 26,2% nelle edicole, la resa in bar, tabacchi, distributori di carburante,
ipermercati, librerie e supermercati ha raggiunto a:
Quanto sopra
evidenzia come, nonostante la logica che vorrebbe le librerie il punto vendita
ideale per i giornali, queste non lo siano state affatto.
Si è verificato,
infatti una resa molto elevata nonostante sui loro scaffali fossero presenti
soltanto testate di qualità (quelle appunto che hanno partecipato alla
sperimentazione).
Cosa è successo,
dunque, nei templi della lettura che spieghi un fiasco di questo tipo?
A Milano
il 9% non è stato soddisfatto. Spicca il 50% delle librerie partecipanti che ha
deciso di non continuare la vendita di giornali per il futuro.
Contenti al 100%
invece a Parma e a Firenze, mentre a Roma e Lecce
le insoddisfazioni sono state minime.
Curiosa la
situazione di Palermo dove le librerie sono malcotente al 100%
dell’adesione alla sperimentazione, ma sono intenzionate a continuare, per lo
stesso 100%, nella vendita di giornali e riviste. E ugualmente dicasi per il
10% di bar e tabacchi che nonostante l’insoddisfazione andranno avanti a fare
anche i... giornalai.
La maggior parte
delle edicole ha lamentato una diminuzione delle vendite a seguito dell’entrata
in funzione della sperimentazione, oltre a tutta una serie di disservizi fra i
quali il più vistoso è rappresentato dalla difficoltà di rifornimenti seguito
dal ritardo nelle consegne del mattino. Molti sono stati i commenti fatti dai
rivenditori di giornali in fase di monitoraggio della sperimentazione; fra i
tanti si evidenziano:
Nel corso della
riunione del 16 novembre il Governo ha precisato che, come previsto dalla legge
sulla sperimentazione, a partire dal giorno 25 novembre, gli esercizi
commerciali che vi hanno partecipato, potranno continuare a effettuare la
vendita dei giornali: dalla data sopraddetta non potranno, però, essere
attivati ulteriori punti sperimentali.
Il Governo
provvederà a diramare a tutte le Amministrazioni Comunali, una circolare
esplicativa per chiarire che non potranno rilasciare, agli esercizi commerciali
che hanno partecipato alla sperimentazione, autorizzazioni definitive alla vendita
prima dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo di riordino sul comparto
della vendita dei giornali, previsto entro il prossimo 24 aprile 2001.
Il Governo ha,
quindi, invitato tutte le parti in causa (FIEG e Organizzazioni Sindacali) a
presentare entro il 24 dicembre prossimo, un documento, utile sarebbe se
unitario, in cui siano effettuate delle proposte operative. E il 26 novembre a
Roma, in una nuova riunione, la necessità di questo protocollo è stata
ribadita.
Visto che
nessuno è Sant’Antonio, per riuscire in così poco tempo a mettere nero su
bianco, bisognerebbe essere già tutti seduti intorno a un tavolo a discutere
ventiquattro ore su ventiquattro. Intanto è già stata programmata una nuova
riunione per il 12 e 13 dicembre.
Quali sono gli scenari
che si prospettano?
Abbiamo visto
che un anno e mezzo fa, più o meno tutti gli editori (ma soprattutto quelli dei
quotidiani) si erano sbilanciati in previsioni superottimistiche. Sempre su
Azienda Edicola n.2/99 Gaetano Mele direttore generale del settore
quotidiani della RCS Editori, ipotizzava anche lui un incremento del 10-15%,
precisando di considerarle delle valutazioni generiche sulla base di esperienze
negli altri Paesi. Ed è proprio questo il guaio: si continua a guardare fuori
di casa, dimenticando di osservare cosa succede nel nostro giardino.
Il Corriere
della Sera in data 28 novembre
ha lanciato l’allarme del ministro dell’Istruzione Tullio De Mauro:
“Troppi italiani a rischio alfabetismo” in cui si scopre che un terzo non sa
leggere e scrivere e gli altri ci riescono appena. E Giovanni Raboni,
illustre poeta e critico se la prende giustamente, sempre sulle stesse pagine
oltre che con la scuola, con il mondo dell’editoria: “Gli editori – dice –
hanno tranquillamente continuato (con un peggioramento progressivo insito nella
logica del profitto e dunque inarrestabile) a inseguire l’effimero e la
spazzatura a scapito della qualità. (…) e l’Italia che non sa, a quanto pare
s’è fatta più vasta, più desolatamente sconfinata”.
D’altra parte
questa non è una novità visto che Giulio Nascimbeni, sempre sul Corriere
della Sera del 21 maggio scorso vedeva “gli italiani sull’orlo del
baratro” per il loro analfabetismo di ritorno (vedere Azienda Edicola n.3/’00).
Così, alla
ponderosa esposizione dei risultati del Monitoraggio, i signori editori, che
evidentemente non leggono neppure i loro giornali, hanno tutti esultato come di
fronte al più inaspettato dei successi.
Nessuno ha avuto
il coraggio di vergognarsi almeno un po’, nessuno si è ricordato che l’1,7% è
poco più dell’10% di quel 15% che avevano a suo tempo superficialmente
ipotizzato.
È duro saper
riconoscere le proprie sconfitte.
Nel caso degli
editori di casa nostra, proprio impossibile.