Il prezzo dei giornali è quello della libertà

 

La comparsa della free press quotidiana, a opera di editori presenti con testate di rilievo nelle edicole, deve indurci a prendere posizioni incisive anche nei confronti del mondo pubblicitario.

 

Si fanno sempre più pressanti le iniziative commerciali volte alla riduzione, se non all’annullamento di fatto, del prezzo delle pubblicazioni poste in vendita, mentre si deve registrare che da alcuni mesi, nelle metropolitane delle maggiori città italiane, nelle stazioni e alle fermate dei mezzi pubblici, alcuni gruppi editoriali distribuiscono gratuitamente quotidiani non presenti nelle edicole. Questi fatti devono logicamente indurre gli operatori del settore editoriale alle inevitabili riflessioni.

Occorre preliminarmente osservare che il carattere continuativo e la dimensione collocano queste iniziative su un livello ben diverso dalle iniziative promozionali.

Il coinvolgimento di gruppi editoriali appartenenti alla FIEG nella diffusione della free press stride con la definizione della rete di vendita delle edicole quale “struttura portante per la diffusione delle pubblicazioni”.

È chiaro che il venire meno di questo enunciato porta a tutta una serie di conseguenze, che si possono facilmente intuire.

Comunque sia, nell’immediato è necessario svolgere un esame approfondito della situazione che si è venuta a creare, cercando di allargare lo spettro di analisi. Infatti, se per i rivenditori la riduzione delle vendite e degli incassi è ragione più che sufficiente per opporsi a una determinata strategia commerciale, queste stesse considerazioni assumono, agli occhi dei più, i caratteri di una difesa corporativa. Il consenso verso la nostra categoria deve essere allargato oltre l’ambito strettamente professionale.

È necessario, perciò, favorire nella pubblica opinione la consapevolezza che la politica di abbinamenti, cut price e la distribuzione gratuita di pubblicazioni danneggiano, in ultima analisi, proprio i fruitori più interessati a queste iniziative, che sono i lettori e gli inserzionisti.

Questo insieme di conseguenze non può essere ignorato dal legislatore.

 

I lettori

Il lettore di una pubblicazione non può essere assimilato al consumatore di un prodotto qualsiasi. Infatti, il prodotto editoriale è il vettore di un servizio di valore inestimabile, vale a dire “l’informazione”.

Solo comprando si acquisisce il diritto a quella completezza e obbiettività che sono tra le peculiarità essenziali che si richiedono, di norma, all’informazione.

La pubblicità ha sì un effetto positivo sull’abbassamento del prezzo dell’informazione ma questo contributo, così importante ai fini della divulgazione delle notizie, non può andare oltre un certo limite, pena un inevitabile e inaccettabile condizionamento.

È per questo motivo basilare che, a mio parere, la fruizione dell’informazione non può essere disgiunta dal pagamento di un corrispettivo che si potrebbe definire “il prezzo della libertà”.

Inoltre, il dirottamento degli investimenti pubblicitari verso i pochi media in grado di assicurare la massima diffusione decreterebbe la fine certa per gran parte delle altre pubblicazioni, che rendono così ricco e vario il panorama editoriale italiano e che sono garanzia di pluralismo.

Non si può ragionevolmente sostenere che l’impoverimento dell’offerta editoriale rappresenti un buon servizio per il cittadino.

 

Gli inserzionisti

Tipicamente, l’inserzionista del quotidiano è interessato a conoscere con esattezza il dato diffusionale del media su cui indirizzare l’investimento pubblicitario. Non a caso le tariffe sono commisurate principalmente in funzione anche del parametro cruciale della “diffusione”.

Tuttavia, si deve osservare che, nel caso della distribuzione gratuita, questo dato determinante rimane appannaggio esclusivo dell’editore.

È legittimo chiedersi se e quanto questo dato, così dichiarato, sia attendibile.

Ben diverso il caso della vendita dove il succedersi di molteplici soggetti a vario titolo interessati nel processo distributivo (distributore nazionale, locale, rivenditore) fa sì che il valore diffusionale sia accertabile con estrema precisione, a tutto vantaggio proprio dell’inserzionista.

Pertanto, è ragionevole convenire che l’attuale filiera distributiva non solo è funzionale al contenimento dei costi  ma costituisce lo strumento insostituibile per accertare la diffusione.

 

I Rivenditori

Di fronte alla cessione a titolo gratuito di pubblicazioni e alla riduzione, di fatto, dei prezzi di quelle poste in vendita, la situazione si pone in termini drammaticamente semplici.

Se l’editore rinuncia alla vendita come fonte primaria di guadagno, è legittimo che l’edicolante tragga il giusto profitto con la remunerazione del nuovo ruolo professionale che gli viene assegnato.

Ricorrono ormai anche gli estremi giuridici per la risoluzione dell’Accordo Nazionale. Infatti, nel caso di contratti a esecuzione continuata e periodica, è concessa la facoltà di risolvere il contratto se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti che all’atto della stipula dell’accordo non erano prevedibili (art. 1467 C.C.).

È necessario, perciò, modificare gli aspetti economici dell’accordo inter professionale, per assicurare l’equo mantenimento del livello di remunerazione della rete di vendita.

 

Il Legislatore

Le considerazioni svolte devono essere portate all’attenzione dei rappresentanti politici, principalmente per spiegare loro come una strategia commerciale apparentemente non dannosa (o dannosa apparentemente nei confronti di una sola categoria), se viene applicata per i prodotti editoriali, si rivela esiziale per il pluralismo dell’informazione, fondamento dell’equilibrio democratico.

Per contrastare questa tesi saranno sicuramente invocati diritti (veri o presunti) sulla libertà d’impresa, ma in questo caso è chiaro che sono in gioco diritti ben più importanti.

Se, rispetto alla cultura economica attualmente egemone, le tematiche su esposte possono sembrare secondarie, il legislatore non può non farsene carico, regolando adeguatamente il settore cruciale della commercializzazione delle pubblicazioni perché l’editoria non può essere omologata a nessun altro settore merceologico.

A questo scopo, la raccolta pubblicitaria dovrebbe essere sottoposta a limiti precisi.

 

Che fare nell’immediato?

• Non resta che raccogliere la sfida assumendo a buon diritto il ruolo che ci compete di fronte al nostro pubblico, cioè quello di vettori della vera libertà di informazione a mezzo stampa;

• Si fissi una data a breve termine per l’inizio delle trattative per il rinnovo dell’Accordo Nazionale. Il rifiuto della controparte editoriale potrà legittimare le azioni più incisive.

• Striscioni con scritte a caratteri cubitali come da titolo affissi sul tetto di tutte le edicole e sugli ingressi dei negozi, volantinaggio a tappeto e shoppers con lo stesso messaggio serviranno a coinvolgere la pubblica opinione in una battaglia in cui la posta in gioco è molto alta. Tutto questo non solo nelle città oggi direttamente interessate perché il pericolo che l’esempio sia seguito altrove non può essere ritenuto remoto;

• Si portino a conoscenza delle associazioni dei consumatori e delle forze politiche le considerazioni svolte al riguardo dei pericoli corsi dal pluralismo e dalla libertà di informazione;

• Si faccia osservare alle concessionarie di pubblicità l’aleatorietà del dato diffusionale delle pubblicazioni distribuite gratuitamente dall’editore;

• Si valuti la legittimità di contributi pubblici eventualmente erogati ai sensi della Legge 5 agosto 1981, n.416 e succ. mod.;

• Si promuova una iniziativa di legge per fissare il tetto della raccolta pubblicitaria per la stampa quotidiana e periodica;

• Sarà determinante la capacità della categoria di dare un segnale di unità forte e definitivo.


Daniele Zulian - SNAG - Udine