Etica e morale

 

Un binomio al quale bisognerebbe attenersi  sempre.

Soprattutto ora che le trattative per il rinnovo dell’Accordo Nazionale sono iniziate.

Ma forse occorre regalare un vocabolario a qualcuno, perché vi scopra il significato di queste parole.

 

Sempre più spesso la stampa specialistica, e non, dà voce ai grandi manager delle case editoriali italiane e ampio risalto ai loro illuminati pensieri. Se fosse vero tutto ciò che dicono e se i loro concetti fossero assimilabili agli assiomi, certamente la carta stampata, in Italia, viaggerebbe a gonfie vele.

Questi oracoli non hanno mai dubbi, solo certezze; sembrano essere i soli depositari della verità.

Ogni casa editrice ha il suo oracolo: viaggia sulla nuvoletta (proprio come uno dei simpatici testimonial televisivi di una nota marca di caffè), viene intervistato, cerca sempre di mettere in risalto la sua diversità da colleghi appartenenti ad altre case editrici, la sua infallibilità, la certezza dei suoi dati contrapposti alla pochezza delle argomentazioni dei concorrenti, che naturalmente, a suo dire, non sono mai affidabili.

Quando questa Sibilla prende una cantonata paurosa, dice che si è verificato un errore tecnico, a cui, tuttavia, si è subito ovviato.

Uno di questi massimi pontefici, leggendo nella sua sfera di cristallo, ha predetto il futuro del settore: “Ci sarà spazio per prodotti che abbiano una forte caratterizzazione, realizzati per una precisa ragione di servizio, per esigenze particolari”.1

Beato lui che riesce a trovare ancora spazi liberi nel settore… non esistono, forse, abbastanza testate che coprono ogni più piccolo segmento di mercato?

Ma ben riflettendo, con ogni probabilità, manca una rivista che tutti coloro che soffrono di stipsi possano portarsi nel luogo più intimo della propria abitazione e che, leggendola, produca effetti stimolanti e curativi.

Lo stesso manager, rivolto al passato prossimo afferma: “Negli anni ’90 è finita l’epoca in cui si regalavano gadget”.1

Ma è sotto gli occhi di tutti che ciò non è vero: i gadget ci sono ancora e ancora vengono regalati, o quasi. Come chiunque può tranquillamente constatare fermandosi in una qualsiasi edicola. Siamo sicuri che questi personaggi così saccenti frequentino, almeno una volta all’anno, l’edicola sotto casa?

E quand’anche non vengano regalati, significa che gli editori hanno smesso di fare il loro mestiere e si sono messi a vendere altri prodotti che nulla hanno a che vedere con quella che loro definiscono la “sacrosanta informazione”.

Continua il nostro oracolo e getta la sua perla: “Il sistema distributivo, in Italia, è all’età della pietra, asfittico, pieno di vincoli”1. Con ogni probabilità, con questa affermazione intende riferirsi alle nostre rivendite di giornali, ma sbaglia destinatario, in quanto l’edicola fa parte della rete di vendita; il settore distributivo, in senso stretto, è quello dei servizi che intercorrono tra produttore (ovvero nel nostro caso, editore e quindi lui!) e rete di vendita per la commercializzazione di un prodotto. Noi non distribuiamo ma vendiamo; prendo perciò atto che la rete distributiva gestita dagli stessi editori fa acqua da tutte le parti.

Altro passo: “Gli ultimi dieci anni sono stati eccezionali dal punto di vista pubblicitario, un boom nella raccolta che ha aiutato gli editori a lanciare tanti nuovi prodotti e a coprire molte magagne, le concessionarie, infatti portavano denaro anche a testate che non meritavano”1.

Naturalmente anche a quelle testate della sua casa editrice che se non abbinate (quasi regalate) ad altre riviste avrebbero avuto tirature e vendite da terzo mondo.

Ergo, sino a ora le concessionarie di pubblicità dovevano essere piene di imbecillotti (o furbastri) che spendevano allegramente il denaro delle aziende committenti, con grande contentezza di queste ultime.

Alla quinta citazione, mi corre – per ovvii motivi – la necessità di fare il nome del personaggio in questione: è Giampaolo Sala (direttore generale dei periodici RCS) che, parlando della propria casa madre, afferma: “La RCS negli ultimi dieci anni non ha lanciato tanti nuovi prodotti, il più importante è stato Io Donna; abbiamo però risolto i problemi di alcuni periodici quali Il Mondo e Casa Amica, e ora sta provando a risolvere quello di Amica”.1

Atteggiandomi con molta modestia a Sibilla, avendo già in tasca la soluzione per l’ultimo problema RCS, mi permetto di suggerirla: “Si deve QUASI regalare Amica insieme al Corriere della Sera e la diffusione ne avrà immediati benefici”.

Passiamo ora alle testate quotidiane. Nel 1990, senza grandi azioni promozionali, venivano venduti quasi 7 milioni di copie da circa 28 mila punti esclusivi.

Ebbene oggi, 12 anni dopo, passata la sperimentazione, il tutto condito da iniziative illuminanti e devastanti come i cosiddetti “panini” diventati poi hamburger e piadine, prezzo di vendita ridotto, in alcune zone d’Italia e per molti mesi a 500 lire, (oggi a 0,26 €), senza contare tutti i settimanali e i libri allegati più o meno gratuitamente… di quotidiani  se ne vendono, in 48 mila punti, circa 4 milioni. Cui se ne  aggiungono altri 2 milioni di copie per abbonamenti, copie regalate all’estero, sui treni, sugli aerei, negli alberghi.

Ed ecco comparire sui giornali titoli di questo genere: “Editoria, pubblicità in caduta libera2 – Diffusioni, si salvi chi può (Corsera – 4,1%, Repubblica – 4,5%, Giornale – 7,4%)”3 il tutto condito da discussioni e diatribe tra editori sulla veridicità dei dati di vendita, nonché denunce di “dumping” (vendite sotto costo – ndr).

Se non fosse che noi viviamo esclusivamente della vendita di giornali, potremmo ridere a crepapelle. Invece, parafrasando il titolo di un vecchio film di Troisi, non ci resta che piangere.

 

Basta iscriversi all’università per avere la laurea?

 

Purtroppo gli editori non sono imprenditori, tanto è vero che avendo una rete di vendita totalmente dedicata, ora la stanno affossando. E che, non a caso, sono gli unici ad avere lodato una circolare ministeriale che, dovendo servire a meglio esplicare il Decreto legislativo n.170/2001, in realtà, va talmente contro lo spirito stesso del decreto (chi c’era nella buca del suggeritore?) che la maggior parte delle Regioni italiane l’ha rigettata, ravvisandovi contraddizioni e incongruenze macroscopiche.

Per i più distratti, vogliamo ricordare che una delle perle contenute in questa circolare ministeriale, ruota intorno alla parola “sperimentazione”. Sembra lapalissiano che per sperimentare occorra mettere in atto un’azione: sperimentazione di vendita, vuol dire provare a vendere; se non avviene la vendita, non vi è stata alcuna azione finalizzata a essa e quindi non si è sperimentato.

La circolare ministeriale, nel suo enunciato al proposito, precisa che è sufficiente aver chiesto di partecipare alla sperimentazione per avere diritto alla autorizzazione comunale per la vendita di giornali e riviste: in poche parole è come se un cittadino italiano si iscrivesse all’università per accampare poi il diritto di avere la laurea per il solo fatto di essersi iscritto.

Probabilmente ci sono editori che vogliono servire soltanto determinati punti a discapito di una programmazione razionale, che porti cioè la stampa dove effettivamente manca.

Un caso eclatante?

La licenza inattiva di una frazione viene “spostata”, grazie a particolari interpretazioni, in pieno centro di una ricca e operosa città di provincia del nord, lasciando così sguarnita la frazione ma andando a “ingolfare” una zona in cui sono già presenti altre 6 edicole. Ebbene, dopo il parere negativo del rappresentante locale della FIEG, interviene un alto funzionario di una grande casa editrice di quotidiani che “ordina” la fornitura di quella che è diventata la settima e inutile rivendita in un chilometro quadrato. È proprio vero che gli amici degli amici sono più amici.

Passano alcune settimane e la stessa casa editrice, pensa bene di promuovere, al sabato, presso i punti della grande distribuzione che già vendono giornali, la vendita del suo quotidiano con graziose signorine che regalano un libro agli acquirenti. Questo libro non è, però, presente nelle rivendite esclusive, (di cui una è stata voluta a tutti i costi) mettendo, così, in atto una aperta forma di concorrenza sleale verso la restante rete di vendita.

Tutto questo mentre sono state aperte le trattative per il rinnovo dell’Accordo Nazionale, mentre il presidente della FIEG loda i giornalai come struttura portante dell’editoria.

Signori, le lodi non ci interessano, ci basterebbe che a trattative iniziate ci fossero più deontologia professionale e più serietà; iniziare la partita con la palla in movimento e in possesso di una delle parti è da ritenersi immorale.

 

Una “brillante” idea di cinque anni fa

 

Fortunatamente, però, ci sono anche editori che hanno trovato la soluzione per l’incremento delle vendite e dei nostri ricavi: a questa categoria appartiene Andrea Riffeser Monti (le persone con due cognomi sono forse più illuminate?) che nel convegno “Crescere tra le righe” tenutosi nel mese di maggio a Bagnaia, in provincia di Siena, dice: “Niente soldi, grazie: Per aiutare i giornali a riconquistare lettori, amici, diffusione, gli editori chiedono altro. Una proposta che significa lavoro, investimento, ma anche recupero di funzioni sociali: una proposta che ruota intorno all’edicola, questo luogo così italiano, questo punto di riferimento che conosce tanto bene il territorio, da aiutare con agevolazioni o sconti fiscali per assumere giovani extracomunitari per tre, quattro ore al mattino; 15/20mila posti di lavoro messi sul mercato, e intanto la possibilità di distribuire meglio i giornali a casa, visto che le poste non garantiscono la consegna degli abbonamenti prima di mezzogiorno. Agevolazioni e sconti che potrebbero aiutare anche l’impresa-edicola a migliorarsi, a consolidarsi.”4.

Caro Riffeser, mi permetta di chiamarla così, con un cognome solo (sa, sono invidioso) e con il suo primo che fa molto mitteleuropeo. Lei sarà cresciuto tra le righe e non ne avevo dubbi, ma non è cresciuto tra i numeri. Vede, facendo uguale a 100, la possibilità media di consegna a domicilio di una rivendita, vuol dire  che il giornalaio percepisce, come utile lordo, dalla vendita di queste copie al prezzo medio di 0,90 Euro l’una, la fantascientifica somma di 18,77 Euro; essendo lungimiranti si potrebbe fare a metà col fattorino ragazzo-extracomunitario. Secondo lei, questa è l’impresa edicola?

Vede, noi giornalai siamo talmente poco illuminati che riteniamo la sua proposta un insulto alla nostra intelligenza.

Senza contare, caro Riffeser, che quest’idea lei l’aveva già lanciata – con grande successo evidentemente – cinque anni fa. Il 19 marzo 1997 sulla Nazione e sul Resto del Carlino compariva un brillante articoletto intitolato “Editoria: come creare 50mila posti di lavoro” in cui si auspicava la rivalutazione dello strillone, grazie a contratti flessibili, ecc. ecc.

Il nostro collega Lucio Toffetti (vedere Azienda Edicola n.2/1997), indirizzandosi al direttore del quotidiano fiorentino, faceva quattro conti sui possibili ricavi e la cifra che ne risultava, per lo strillone, era di 25.000 lire nette al giorno (oggi 12,91 Euro): non c’è che dire, un bel guadagno davvero!

Siamo stati attori partecipi di una “evoluzione” editoriale che ha portato, negli ultimi dieci anni, a voi editori grandi guadagni (attraverso i fatturati pubblicitari) mentre a noi solo perdite e un aumento macroscopico del lavoro proprio per l’impegno che ci caratterizza.

Oggi stiamo assistendo a un turn over nelle edicole e questo vuol dire professionalità che diminuisce perché più nessuno vuol fare il giornalaio, perché il nostro è diventato un lavoro privo di gratificazioni sia economiche che morali; è diventato un lavoro privo di aspettative, cari editori, perché vi siete giocati la rete di vendita, che dovrebbe costituire il bene primario di un’azienda.

Ma, nonostante tutto, il giornalaio è uno strano animale, perdona tutto, PERDONA MA NON DIMENTICA.

Aprite, perciò, un vocabolario e cercate il significato di due parole: ETICA e MORALE. Memorizzatelo. Solo se vi atterrete al senso di queste due parole, potrete tornare credibili e noi, oltre a perdonare, potremo, forse, dimenticare il passato.

 

Carlo Leopardo

 

1 Italia Oggi, 9 maggio 2002

2 Italia Oggi, 14 maggio 2002

3 Italia Oggi , 16 maggio 2002

4 Italia Oggi, 12 maggio 2002