Vivere insieme significa dividere il meglio… e, talvolta,
il peggio. Per tutti gli edicolanti che mescolano la vita privata a quella
professionale, trovare il punto di equilibrio è, dunque, una vera impresa.
Sette del
mattino. In un piccolo paese Annalisa apre l’edicola e dà il cambio a Michele,
suo marito, arrivato prima delle 5 per controllare gli arrivi e che ora torna a
casa per prendere i ragazzi, accompagnarli a scuola e passare dalla banca. Lei
resta alla cassa e sorride ai primi clienti. Iniziano una giornata che si
concluderà dopo le 19,30.
Complementari,
inseparabili se necessario ed efficaci. Annalisa e Michele formano una coppia
di edicolanti come ce ne sono molti. Ogni giorno trascorrono più del doppio di
tempo insieme rispetto a una coppia di sposi con attività professionali
separate. Il loro negozio è un promiscuo: oltre ai giornali, vendono
cartoleria, giocattoli, piccola merceria. “Lavorare insieme mi pare naturale”;
spiega Michele, “I miei genitori erano panettieri e io li ho sempre visti
lavorare in coppia”. Più sovente, questi uomini e donne lavorano in piccole
società; le ragioni economiche determinano spesso questo tipo di scelte.
Allora, il
lavoro a due: che c’è di bello? Se la confidenza è il criterio di soddisfazione
più citato dagli edicolanti che lavorano con il loro congiunto, resta che
questa vita complica, però, non poco l’andamento familiare. “Bisogna
organizzarsi per preservare la propria famiglia”, sottolinea Maria, che ha un
punto vendita in una grande città. “Da sempre, noi ci avvicendiamo in edicola:
mio marito mi sostituisce a partire dalle 12.30 in modo che io possa andare a
prendere i bambini a scuola, preparare da mangiare, seguirli poi nei compiti,
occuparmi della casa e della contabilità”.
Certe
precauzioni sono indispensabili quando ci si installa in un chiosco con la
persona che si ama. “Mio marito si occupa del lavoro più pesante e io della
parte amministrativa: bisogna avere dei ruoli ben definiti”, conclude Maria.
Previdenti.
Meglio, sempre,
prevedere anche il peggio. Buona abitudine limitare i problemi in caso di
separazione, di decesso di un congiunto o di fallimento dell’impresa.
Chiaramente, se si opta per una separazione dei beni, non c’è associazione di
patrimoni, ogni sposo resta indipendente: ciò che egli acquista fuori o durante
il matrimonio resta suo. Vantaggi: i creditori non possono rivalersi che sui
beni di colui cui è intestata l’edicola. Inconveniente: il congiunto che non
lavora ufficialmente non trae profitto dall’arricchimento dell’altro in caso di
una separazione.
Il regime, a priori, che protegge di più il congiunto è
dunque quello dell’impresa familiare. Ai sensi dell’art. 230 bis del c.c. il coniuge
che collabora in modo continuativo nell’impresa familiare partecipa agli utili
dell’impresa stessa nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine
all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato. Ai
fini fiscali se l’esistenza dell’impresa familiare viene statuita con atto
notarile nel quale il titolare dell’impresa stabilisce la quota di utile, non
superiore al 49%, attribuito al coniuge che presta la sua opera nell’azienda,
si possono ottenere dei risparmi fiscali in virtù della suddivisione del
reddito prodotto.
Un compromesso
tra fusione e indipendenza. Ogni coppia si fonda su questo. Ciò che pone
qualche problema non è solamente il lavoro a due, sono anche i figli, che
stabiliscono delle differenze tra i congiunti. Più spesso a svantaggio della
donna, che se ne occupa di più e rischia di sviluppare un senso di ingiustizia
nei confronti dell’uomo. Per preservare l’armonia, bisogna fare anche altre
cose, oltre che lavorare insieme: praticare in due delle attività all’esterno
ma riservare anche del tempo a se stessi. Questo compromesso tra condivisione e
indipendenza è la migliore via di equilibrio per la coppia. Il difficile è
metterlo in pratica perché, come tutti sanno per esempio, spesso i figli
vengono “visti” a turno. Se a mezzogiorno è inevitabile che a tavola ci sia
solo la madre, alla sera quando si inizia la cena, il più delle volte il padre
non è ancora arrivato e quand’anche ci fosse, è così stanco e “arrabbiato” che
ha poca voglia di parlare. Pensare di fare una piccola vacanza, una settimana
bianca tutti insieme è praticamente impossibile: bisogna soltanto aspettare
l’estate. E se qualcuno si ammala, cominciano gli avvicendamenti al letto
dell’infermo, mentre in edicola il lavoro, chissà perché sembra che raddoppi.
Fare al meglio
il proprio lavoro, amarlo e riuscire a trasmetterne l’aspetto positivo ai figli
significa far sì che loro comincino ad apprezzarlo fin da piccoli. Perché
questo vuol dire metterli in condizione di avere già, pronto, un lavoro
consolidato, al di là di quelle che possono essere, invece, le ambizioni
personali dei genitori: medici, avvocati, commercialisti e dunque lunghi studi
per portare alla laurea anche chi ne farebbe volentieri a meno.
Oggi trovare
lavoro è sempre più difficile, avere a portata di mano una piccola azienda
della quale entrare a far parte può essere una fortuna insperata, e dunque,
marito e moglie che lavorano insieme, lavorino insieme anche per questo
obiettivo.
Leopoldo
Fiore