A noi è piaciuto poco
Questo è il commento di una lettrice sul primo numero del
nuovo mensile Mondadori.
Jolanda Refri
ha 35 anni, è laureata in lingue, sposata, mamma di un bellissimo bambino
di quasi due
anni.
Scrive di
musica. È, insomma, una donna giovane e
colta.
Commenterà
per noi, tutte le nuove uscite destinate all’universo femminile.
È stato salutato
come il femminile rivoluzionario, definito il magazine più atteso dell’anno.
Stiamo parlando di Flair, il nuovo mensile Mondadori creato tra Milano e New
York all’insegna della parola chiave “contemporaneità”. Un investimento di 5
milioni di euro per il lancio, Flair è sceso in campo nel panorama
iper-affollato dei mensili femminili di target alto con un occhio puntato al
mercato estero grazie ai professionisti internazionali che collaborano alla
testata.
Diretto da Valeria
Corbetta, già in testa alla redazione di Glamour, il magazine si pone
l’obiettivo di conquistare la ledaership tra i mensili puntando sulla qualità,
“vero lusso contemporaneo” secondo il suo direttore. Pagine patinate ed
eleganti, immagini scattate da fotografi di grido “per riscoprire tutta la
poesia e la bellezza del mondo”.
Una rivista,
insomma, sofisticata e rigorosa, che vorrebbe coniugare praticità a
riflessione, ironia e leggerezza a misura e buon senso. Fin qui, tutto bene.
Alla Mondadori, va da sé, ne parlano come di un miracolo.
Peccato che a
noi il magazine sia piaciuto poco. Anzitutto perché gli articoli sono compressi
tra pagine e pagine di pubblicità (fra cui è anche difficile riuscire a
individuarli), ammantati da quest’aura “international” che, alla lunga, fa sentire un po’ “sfigati” (ci si
consenta il vocabolo. Sfortunati non rende abbastanza). Com’è che io non posso
andare nel caffè di Toronto? E perché non mi riesce lo shopping a Tokio?
D’accordo, oggi
tutti ci muoviamo come pazzi, il mondo gira veloce e essere contemporanei vuol
dire non circoscrivere il proprio orizzonte. Però, accidenti, io non sono una
provinciale, eppure tutto questo via vai mi stordisce. È tutto troppo
frenetico, come viaggiare alla velocità della luce: leggi, leggi, di corsa,
via, respira, buttati, guarda, stupisciti, rilassati, impara, divertiti, imita,
muoviti. Sei la donna del nuovo millennio, andiamo. Mica c’è il tempo di
indugiare troppo. Oggi si legge così. Compressi dalla forza centripeta di
centinaia di pagine di pubblicità. Perché Flair, sulle 500 pagine patinate, ne
vanta 254 pubblicitarie. Ora, se questo è un record per un debutto editoriale
(ma non lo è, perché si sa, tutti i debutti vanno alla grande in fatto di
pubblicità), è altrettanto vero che per i magazines femminili (dato ormai il loro peso, in carta) servono
muscoli, e valigie.
Non si può fare
a meno, da lettrici di provare un certo fastidio nello sfogliare pagine e
pagine di fotografie d’autore per creme, mutande e jeans. Sorvoliamo, poi, in
Flair, sulla doppia pagina di una nota casa (una volta solo di scarpe e borse)
italiana, in cui un efebo adorante si prostra dinanzi al pube di una modella,
sul quale campeggia una curata G (vedere per credere). Certo non è responsabile
Flair, ma a dir la verità a un mensile che si vuole sofisticato, che si
definisce “femminile come nessuno” (mentre il nuovo Marie Claire si proclama,
con grande originalità “femminile senza precedenti”), questo connubio sesso
femminile-marchio pubblicitario non doveva proprio sfuggire.
E allora mi
viene in mente, un articolo scritto da Benedetta Barzini che protesta
proprio una complicità verso un osceno mondo femminile. Perché, scrive, “le
immagini dei servizi di moda devono essere borderline con l’osceno? Forse
perché è un genere di oscenità firmata dalle vette del firmamento fotografico?
Forse perché viene poi pubblicata su carta liscia, morbida, patinata,
satinata?”
C’è da
chiedersi, quindi, se non siano le stesse donne colte “a garantire lo
status-quo dell’idea di femminile”, lasciando però immutata “l’idea di una
donna votata al piacere dell’uomo, all’indolenza, all’ignavia”.
Ci salutano
dalle pagine di Flair dicendo: buona lettura. Grazie, ma io ho letto ben poco.
Stordita, per lo più, da un bombardamento di pubblicità. Come vedere un film
che si interrompe ogni dieci secondi. Insopportabile. Insomma, se “cambiare è
bello”, come recita il riquadro argentato in copertina, sarebbe bello cambiare
anche questo. Meno pubblicità, meno peso e più dignità. Basta anoressiche dallo
sguardo perduto e la guancia sbavata di rimmel; fine alle donne che alludono a
saffiche liaisons solo a esclusivo beneficio dell’immaginario maschile,
notoriamente ghiotto; risparmiateci l’ennesima lolita dalla bocca
impiastricciata di rossetto. Non voglio credere che sia questa, la donna
“contemporanea”.