Voglio la pubblicità
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…Avete mai
sentito i produttori di spaghetti
“invocare contributi” per pagare i loro camionisti che viaggiano lungo lo Stivale per consegnare la merce?
Continuare a
parlare di abbonamenti sta diventando deprimente, ma non passa giorno che non
ci siano segnalazioni da parte dei nostri lettori sulle sconvenienti campagne
(Panorama, citato nello scorso editoriale sembra sia arrivato nel frattempo al
70% di sconto mentre, a pag. 50 di questo numero, potete leggere una divertente
escalation di Newton) o che siano proprio gli editori - sulle pagine dei loro
giornali - a invocarli quale panacea di tutti i mali.
Si legge,
infatti su Italia Oggi, che “gli editori dei quotidiani devono puntare sulle
vendite in abbonamento” perché, come si sa, gli italiani leggono poco e perché
“i sistemi per far circolare la carta stampata sono ancora troppo rigidi”.
Segue tutta
una casistica relativa a quanto percentualmente viaggia per abbonamento in
questo e in quel paese d’Europa e si cita, come ultima ciliegina, il 94% del
Giappone. Grande paese quello dei Samurai: da lui ci separano ben 85 punti e credo proprio che non ci sarà
nessuna campagna promozionale in grado di colmare questo abissale divario.
Montezemolo,
presidente FIEG che brilla per la sua assenza nei nostri confronti, se la
prende intanto con la pubblicità televisiva che pare sottragga ingenti risorse
alla carta stampata e, quindi, continua a invocare l’intervento dello Stato.
Carlo
Perrone, suo vicepresidente, dice che “la politica riserva scarsa attenzione
all’editoria, mentre dovrebbe averne di più perché la stampa è l’architrave del
pluralismo”. E Sebastiano Sortino (direttore generale della FIEG) insorge nei
confronti della mancata estensione dei punti vendita perché, afferma “non si è
trattato di una vera liberalizzazione”.
A questo
punto mi sorgono spontanee un po’ di domande: esiste in Italia un’altra azienda
(considero tale l’insieme di tutto il mondo editoriale) che si lamenti in
questo modo? Che non faccia altro che chiedere, come se tutto fosse dovuto?
Avete mai
sentito i produttori di spaghetti “invocare contributi” per pagare i loro
camionisti che viaggiano lungo lo Stivale per consegnare la merce?
O i
ristoratori nostrani, appellarsi - per esempio - alla riduzione fiscale per
arginare la concorrenza cinese? Che io sappia e ricordi, gli unici a essere
scesi in piazza sono stati “quelli del latte”. Che, forse, tutti i torti non
avevano.
Ebbene, gli
editori “invece di investire sulla qualità” - come dice Franco Siddi, presidente
della Federazione Nazionale Stampa Italiana - “fanno proposte ciniche”,
piangono e pretendono di fare quello che vogliono. Forse hanno una crisi di identità e pensano di essere il «padreterno». Ma non
lo sono.
E la
dimostrazione è che, alle loro reiterate pretese per l’Accordo Nazionale,
abbiamo detto di no. Meglio non siglare nulla, meglio essere liberi tutti: loro
di andare dove vogliono (tanto gli italiani i quotidiani li compreranno sempre
meno, grazie anche alla free press gettata sui marciapiedi dagli stessi editori
piagnoni!) e noi di ricevere, nelle «nostre» edicole, solo quello che vogliamo.
Pubblicità della Coca Cola in testa, compresa!
Armando
Abbiati - Presidente Nazionale SNAG-Confcommercio
