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L’ITALIA LEGGE POCO PIU’ DI GRECIA E TURCHIA

 

Al Congresso USPI, Mauro Masi capo del dipartimento Editoria e Informazione  della Presidenza del Consiglio lascia di stucco  la platea ripetendo, parola per parola,  cose dette dieci anni fa.

Ma Serventi Longhi, segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana,

ci consola affermando che la liberalizzazione dei punti vendita è in contrasto con la libertà

di informazione.

 

I l 19/20 di giugno si è svolto nelle belle sale delle scuderie della villa Aldobrandini a Frascati, il XVII Congresso Nazionale dell’USPI nel 50° anniversario della sua fondazione.

Prima di ogni altra considerazione bisogna rilevare, quante volte sia stato affettuosamente ricordato dai congressisti lo scomparso amico Gian Domenico Zuccalà, per ventisette anni al timone dell’USPI, ed è doveroso congratularsi per la perfetta organizzazione del Congresso e per la cordiale ospitalità di Francesco Saverio Vetere, segretario generale dell’USPI come per l’efficienza del suo staff.

 

Come tutti i congressi, anche questo si è svolto fra formalità celebrative e convenevoli a volte ripetitivi, ma sempre interessanti e, come tutti i congressi, ha registrato degli interventi fuori dagli schemi, degni di essere evidenziati.

Mi riferisco in particolare a quello di Mauro Masi, capo del dipartimento Editoria e Informazione della Presidenza del Consiglio e a quello di Paolo Serventi Longhi segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

 

Masi ha lasciato di stucco la platea.

È arrivato velocemente, ha parlato altrettanto velocemente e se ne andato senza curarsi di ascoltare i commenti su quanto aveva detto, rendendo perplesso anche il giornalista Fabio Polli che fungeva da coordinatore dei dibattiti.

A noi tutti, il capo del dipartimento Editoria ha dato la sensazione netta di un intervento forzatamente dovuto, quasi un’occasione per dimostrare ostentatamente che, quello che hanno da dire o ridire gli interessati (tutti) non è cosa che riguarda il suo ufficio.

Ma la sorpresa e venuta dalle cose dette.

L’ITALIA LEGGE POCO PIU’ DI GRECIA E TURCHIAEsattamente le stesse identiche cose che gli avevo sentito esporre una decina di anni fa, con le stesse identiche indicazioni e, addirittura, con la stessa identica terminologia.

Brutto segno. Ciò significa che anche negli uffici del Palazzo non si rinnovano nemmeno gli appunti.

Come dieci anni fa, Masi ha detto che l’Italia legge poco più della Grecia e della Turchia e che gli Inglesi leggono il doppio di noi e che gli Scandinavi leggono tre o quattro volte più di noi.

Cosa si può fare per superare questo gap culturale?

Ma è ovvio!: aumentare i punti vendita per favorire gli acquisti d’impulso che tanto sono carenti nel nostro paese, magari con il preannunciato disegno di legge del sottosegretario Paolo Bonaiuti per la piena liberalizzazione del mercato.

Nessuno si è preoccupato di ricordare che in questi anni sono state varate due leggi specifiche che, di fatto, hanno moltiplicato i punti vendita sul territorio nazionale con un incremento delle vendite complessivo risibile, senza che nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori, siano stati mai messi in grado di conoscere i costi di questa operazione.

I tecnici, infatti, rapportando gli incrementi di vendita agli aumenti dei costi di distribuzione e di diffusione, stimano che per ogni copia venduta in più si sia speso un controvalore equivalente a sei volte il suo prezzo di copertina!

I piccoli (e non minori, come è stato giustamente fatto rilevare) editori associati all’USPI certamente avranno rabbrividito pensando ai costi da sostenere per viaggiare sullo stesso carrozzone della grande editoria.

Mentre Masi usciva dalla porta, prendeva la parola Serventi Longhi, che ringrazio per non avere fatto un intervento impostato sul “quanto siamo bravi”, ma che ha dichiarato con molta fermezza e lucidità (ed è la prima volta che lo sento dire da un rappresentante dei giornalisti) che la liberalizzazione dei punti vendita è in contrasto con la libertà di informazione.

Noi lo affermiamo da tanto tempo, ma purtroppo rappresentiamo una sporca corporazione che istituzionalmente non vende i giornali ma li affossa e quindi non potevamo aver credito; era dunque ora che qualcun’altro lo dicesse, ed era ora che qualcuno denunciasse la discriminazione nella diffusione della stampa in Italia.

Eppure, basterebbe pensare che l’allargamento della rete significa automaticamente l’esclusione di tutta quell’editoria minore che non potrà mai sostenere le spese dell’aumento delle tirature e che non potrà mai partecipare alle maggiorazioni proibitive dei costi di distribuzione.

Sul mercato così allargato spadroneggeranno i soliti quattro nomi eccellenti con tanti saluti alla pluralità dell’informazione.

Subito dopo Serventi Longhi, gli ottimi interventi di Ermanno Anselmi per il SINAGI e di Giampiero Labò per lo SNAG, concludevano la prima giornata di lavori ribadendo le posizioni delle nostre due organizzazioni sindacali nei rapporti con una federazione di piccoli editori come l’USPI.

La conclusione del Congresso assumeva con questi interventi un significato politico particolarmente importante per noi e per gli impegni che dovremo affrontare per difendere gli interessi dei nostri associati.

 

Ma le sorprese non finiscono qui perché pochi giorni dopo, Valter Lavitola, presidente della FIPED (Federazione dei Piccoli Editori) esprimeva in un’intervista (Messaggero del 28 giugno) - a proposito del disegno di legge approvato - la sua soddisfazione perché «il Governo ha mantenuto la parola data» e «perché il provvedimento è stato possibile grazie allo spirito di abnegazione del sottosegretario Bonaiuti» dimenticando però che, oltre alle agevolazioni creditizie e alle tariffe agevolate per le spedizioni postali, il disegno di legge liberalizzerà il mercato.

A questo punto possiamo solo pensare che gli associati del Lavitola non sappiamo proprio cosa sia un’edicola! Perché se così non fosse, avremmo qui l’esempio più evidente di miopia imprenditoriale, perché Lavitola, con i suoi editori, non avrà mai e poi mai la possibilità di accedere a un mercato allargato, dal quale sarà inesorabilmente escluso, non solo per i costi ma per le scelte che verranno fatte dagli stessi operatori senza i vincoli e gli obblighi dell’Accordo Nazionale.

In conclusione, sembra che tutti abbiano improvvisamente scoperto

che per vendere i giornali si debba uscire dalle edicole!

 

Mi domando: dove sono nate le fortune editoriali della Rizzoli, della Mondadori o del Corriere della Sera? Forse con la vendita porta a porta, con gli abbonamenti e con lo strillonaggio?

 

Una cosa è certa: non è ancora nata una legge che preveda l’esproprio della nostra rivendita e quindi diamoci da fare per rendere l’edicola sempre più un’impresa disponibile e autonoma, ma sempre meno esclusiva e di riservato dominio come qualche editore seguita a pensare!

 

L’editore si fa furbo e va a... mangiare in casa d’altri

 

Poiché una delle caratteristiche principali dei nostri editori - invece di avere idee fresche da mettere sul mercato - è quella di copiare sempre quello che fa la concorrenza, in Veneto lo scorso anno, anche quelli del Gazzettino di Venezia, si sono gettati nel business dei quotidiani gratuiti con il loro IN CITTÀ VENEZIA.

Ma dopo circa un anno, poverini, hanno scoperto che il quotidiano gratuito, oltre a non dare gli introiti previsti o sperati, cannibalizzava Il Gazzettino, testata storica della città lagunare che, grazie a questa illuminata iniziativa dell’editore, vedeva la sue vendite calare a livello emorragico.

Dopo circa 12 mesi di martellate sui “cosiddetti” (leggi masochismo), quelli del Gazzettino hanno scoperto due cose: regola numero uno, evitare la free press in casa propria (e infatti anche a Padova, dove Il Gazzettino vende 20mila copie, IN CITTÀ dovrebbe scomparire); regola numero due, la free press in casa d’altri frutta di più in raccolta pubblicitaria e poco importa, anzi, se erode copie dei quotidiani concorrenti.

Così hanno chiuso l’edizione veneziana per concentrarsi su altre città fuori dal Veneto, lanciando IN CITTÀ TRIESTE che, con un’edizione ad hoc, arriverà anche a Fiume (oggi Rieka), appena oltre confine, diventando press transfrontaliera e coprendo, di fatto, tutto il litorale italo sloveno.

Accade, dunque, che questi editori illuminati prima o poi tornino con i piedi per terra. E se non fosse che le loro masturbazioni mentali, nuocciono non poco alla nostra già disastrata categoria, non ci dispiacerebbe affatto che gli stessi prendessero qualche musata e qualche piccolo calcio nelle parti basse (metaforicamente parlando, naturalmente) a contropartita di tutto quello che ci siamo sentiti dire da quando è iniziata la free press.

Che cosa?

Che la free press non avrebbe rubato copie alle edicole, ma che avrebbe avvicinato alla lettura quelle persone che non si fermavano mai davanti ai nostri chioschi.

Che le copie free press diventavano copie aggiuntive.

Che le edicole erano, e sarebbero sempre restate, il canale insostituibile della stampa.

Che i quotidiani gratuiti avrebbero raggiunto direttamente i lettori nei posti di maggior affluenza (ma va? e allora tutte le edicole di piazza del Duomo a Milano, quelle di Roma in piazza S.Pietro o di piazza della Signoria a

    Firenze a cosa serviranno mai?).

Che la loro diffusione (ormai di quasi 2 milioni?) avrebbe favorito anche noi che avremmo visto torme di nuovi lettori precipitarsi davanti ai nostri banchi, per dissetare la loro novella sete di cultura e informazione. Con il risultato finale di raggiungere finalmente quel livello nordico di lettura, di cui tanto si parla.

Ciò che è apparso finalmente evidente, invece, anche a un editore, è che il gratuito si mangia tutto ciò che è a pagamento, ma non solo. Il gratuito è diseducativo nei confronti del cliente che non riesce più a distinguere tra omaggio, promozione, vendita di un prodotto.

A Trieste, capoluogo con circa 200mila abitanti, IN CITTÀ ha una diffusione media di 30mila copie (poche meno di quelle del Piccolo, che chissà come sarà felice di questo nuovo compagno di carta!), effettuata attraverso 21 punti di distribuzione sparsi per la città.

Siamo seri: si vuole un allargamento della rete di vendita per raggiungere nuovi lettori (dove sono?) e poi si attivano solo 21 punti in una città con duecentomila abitanti? (Rapporto punto vendita/abitanti 1/9523).

Non è forse la dimostrazione che quando i costi sono a carico degli editori, la rete vada adeguatamente ristretta ed allargata, invece, quando questi costi li paga qualcun altro?

Abbiamo già avuto, in Italia, esempi illuminanti di pubblicizzazione delle perdite e privatizzazione dei guadagni, ma non ci sembrano proprio, stante i risultati finali per la collettività, esempi da seguire.

Il mestiere attuale dell’editore è quello di rubare pubblicità ai concorrenti: lo faccia, ma non continui a piangere miseria e a evidenziare la scarsa diffusione dell’informazione. Di questa, a lui, non gliene può importar di meno.

Sia meno ipocrita, altrimenti lo potremo accomunare a quel grandissimo tifoso, poco sportivo che diceva sempre che “la soddisfazione più grande è quella di vincere un derby di calcio con una rete a tempo scaduto, in fuorigioco, segnata di mano”.

 

Carlo Leopardo