Editoria |
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| Vanity: lettura di
qualità senza gadget |
di Benedetta Barzini |
“Gli edicolanti devono essere i primi ad accorgersi della diversità fra noi e gli altri femminili” afferma Massimo Perrino della Condè Nast. Una differenza che, fra l'altro, si sente… al tatto e balza agli occhi.
La donna
italiana può acquistare, finalmente, una perla di settimanale. Vanity Fair è
uscita in edicola e, francamente sembra, di primo acchito, un femminile in più
e altrettanto francamente, qualcuno si è chiesto se ce n’era proprio bisogno,
se gli appetiti delle donne in materia di pubblicazioni non fossero più che
soddisfatti dalla profusione di offerte già esibite sui ripiani affollati delle
edicole.
La spiegazione
sulla genuina differenza fra Vanity Fair e le sue “colleghe”, ce la offre Massimo
Perrino, vicepresidente consumer marketing della casa editrice Condè Nast:
“I settimanali vendono poco quando non fanno promozione con ogni sorta di
allegato. Questo sistema ha drogato il mercato e dequalificato l'editoria: la
gente acquista per portare a casa orologi, profumi, borsette e camicette,
qualsiasi cosa e le edicole vendono bamboline, accendini, piatti e bicchieri.
Uscendo con Vanity Fair abbiamo, intanto, voluto affermare il valore
dell'oggetto settimanale con un contenuto editoriale di qualità; una buona
scrittura e la cura della confezione di altissimo livello”.
Ci spieghi
meglio…
“Vanity Fair
viene da lontano. È una testata rispettata e rodata. Un esempio: poche
settimane dopo l’11 settembre, il presidente Bush e il suo staff hanno
accettato di dedicare tempo a Vanity Fair. Si sono fatti fotografare (da Powell
a Condoleeza Rice) insieme e uno per uno, nei loro uffici e hanno parlato di
loro, della loro posizione politica. Questo fatto può dare l'idea del prestigio
della testata.
In Italia è
difficile vendere un giornale per le sue qualità. Sfidando l'evidenza abbiamo
lavorato a lungo per portare in edicola una rivista la cui unica ambizione è
vendere per il suo contenuto stampato su carta di primissima qualità”.
Perrino mostra
con esempi concreti la differenza fra la carta utilizzata per il suo
settimanale e per le altre testate: è davvero bianchissima e per nulla
trasparente. Lucida, piacevole al tatto. Ha una buona consistenza.
“A prescindere
dalla qualità della scrittura degli articoli - continua - guardi come sono
stampati i colori: un rosso è davvero rosso. Devo anche aggiungere che Vanity
Fair ha la possibilità di utilizzare i fotografi più bravi del mondo. Molti
sono professionisti che lavorano in esclusiva per Condè Nast. Questo significa
poter offrire, ogni settimana, immagini stupefacenti”.
Chissà se un
comune mortale è capace di riconoscere a colpo sicuro l’evidenza.
Sembra un po’ la
prova del detersivo che lava più bianco del bianco. Eppure davanti alla realtà
bisogna inchinarsi.
Secondo lei la
gente se ne accorge?
“Io penso
assolutamente di sì. Le dico di più, i personaggi famosi, quelli che piacciono
al pubblico italiano accettano volentieri di lavo-rare con noi. Si raccontano,
non si “confessano” con storie false e paparazzate da campagna promozionale di
un qualche film o programma tivù. Si raccontano davvero alla lettrice che
scopre quanto umano può essere un mito e che nessuno è immune dal dolore o
dalle difficoltà. Vanity Fair instaura
un rapporto di qualità con le personalità che poi rappresentano la linfa della
testata. Un esempio: Mina che accetta di rispondere alla posta”.
E tutta questa
solita pubblicità della moda, bellezza, accessori… Non sarà questo pozzo di San
Patrizio il vero motivo per fare un settimanale?
“Vorrei andare
oltre i conti che, indubbiamente, devono tornare” prosegue Perrino con l’aria
sorniona di chi afferma una ovvietà “ma con Vanity Fair ci preme ritrovare il
significato originale di una pubblicazione: dare piacere nella lettura
(contenuti) e qualità iconografica”.
E in effetti,
bisogna riconoscere che le foto sono straordinarie: ricche, costruite, con il
look tipico delle riviste di prestigio d’oltre oceano, insomma diverse da
quelle cui eravamo abituati.
“I bene
indispensabili - prosegue - sono altri ma, ciò detto, la sfida di offrire un
settimanale di altissimo livello è sembrato un gesto doveroso verso i prodotti
cartacei”.
Avete scelto un
lancio “soft”, perché?
“Un prodotto non
si afferma con il lancio, ma col lavoro numero dopo numero. Non bisogna mai
fidarsi dei grandi risultati ottenuti con grandi investimenti: il lancio è
l'inizio dell’avventura e con i risultati concreti di vendita, andiamo avanti a
lavorare per ottenere un’utenza stabilizzata nel tempo. Non vogliamo
conquistare nessuno a suon di gadget, ma imbastire la crescita attraverso il
consolidamento dell’identità della testata”.
Signor Perrino,
cosa vuol dire agli edicolanti?
“Di sfogliare la
rivista e di confrontarla con le altre (un po’ difficile, visto che sono tutte
celofanate con i gadget - ndr). Si renderanno conto della differenza. Vorrei
anche far sapere loro che, nel caos di oggi, c’è un editore che ha il coraggio
di prendersi l’impegno di lanciare un settimanale (non un pareo-con-allegato) e
che ciò li riporta a svolgere il loro mestiere di divulgatori d’informazione
invece di essere costretti a divulgare gadget”.
Penultima
domanda: qual è secondo lei, l’eventuale controparte maschile di Vanity Fair?
“Mi dispiace
dirlo, non esiste. Vanity Fair è una formula capace di guardare avanti. Le
donne si sono molto evolute. Le testate per i maschi sono più indietro perché
l’uomo è egoriferito. Vuole che i giornali parlino di lui e siccome non è così,
compra oltre a quotidiani e news magazine, pubblicazioni sul suo sport prferito
oppure testate che lo aiutino a posizionarsi con le cose giuste negli ambienti
da lui ambiti. Vanity Fair è più matura. Le donne non vogliono sentirsi dire
come si devono comportare. Vogliono scoprire ciò che per loro è giusto,
scegliere e trovare il tempo da dedicare ai loro interessi”.
Lei non ha una
critica da fare a Vanity Fair? (domanda stupida da porre proprio al
responsabile consumer marketing, ma proviamo lo stesso).
“Di avere degli
obiettivi contro corrente. Di andare contro la moda del tutto subito…”.
LA
PUBBLICITÀ
Durata della
campagna pubblicitaria: fino alla fine di dicembre su affissione (dinamica:
filotramviaria e metropolitane, cartacea e luminosa in manifesti da 6 mt x 3),
stampa (quotidiani, periodici e settimanali), radio (a partire dal 5° numero),
TV (tutte le reti nazionali + SKY).
Investimento
totale: 11 milioni di euro.
AL
PUNTO VENDITA
sono dedicati
1,5 milioni di euro pari al 13,6% del budget totale.
DISTRIBUZIONE
COPIE
n.1: 700.000
n.2: 500.000
n.3: 400.000
nel tentativo di
ottimizzare le quantità per punto vendita, con l’obiettivo della massima
vendita con la minima resa.