Non c’è più limite a ciò che
arriva in edicola. E l’articolo 6 dell’Accordo Nazionale, che dice che le
aziende editoriali si impegnano “ad armonizzare e ad adeguare
costantemente il flusso delle forniture
alle reali esigenze del mercato”, è una pura utopia.
C’è forse una soluzione?
I rivenditori di
giornali dovranno, per forza maggiore, imparare a cambiare atteggiamento su
certe forniture, e a non farsi intimidire di fronte alle eventuali prese di
posizione dei distributori locali. La nostra filiera è ormai colpita da una
vera metastasi invasiva rappresentata da tutto ciò che i distributori locali,
forse obbligati (ma forse non più di tanto) dagli editori, scaricano nelle
nostre edicole o respingono quando da noi destinato alla resa.
Le distribuzioni
più organizzate, o più corrette, fanno sì che le pubblicazioni respinte tornino
indietro ai punti vendita accompagnate dal modulo (qui riprodotto) che riporta
le causali (anche se quasi mai segnalate) che determinano il ritorno della
pubblicazione.
Le distribuzioni
più scorrette, invece, considerano respinte da parte loro le pubblicazioni
anche se, poi, non le riconsegnano al punto vendita, ma ciò non appare su alcun
documento. In molti casi rimangono ferme nei magazzini.
A disposizione
di chi? Non lo sappiamo.
Naturalmente i
loro importi non vengono defalcati dai totali delle rese, innescando così con i
rivenditori di giornali contenziosi che non solo non hanno mai fine, ma che per
lo più generano, da parte dei distributori, minacce di sospensione delle
forniture di pubblicazioni che sono, guarda caso, sempre quelle vendibili.
È dunque
necessario organizzarci. A difesa del lavoro e della redditività dei punti
vendita, volendo respingere, all’occorenza, le forniture di pubblicazioni sopra
descritte, vi consigliamo di utilizzare il modulo predisposto (a pag. 28 - che
voi potrete fotocopiare), compilandolo in ogni sua parte e allegandolo alle
pubblicazioni respinte.
È molto
probabile che verremo accusati di non rispettare l’Accordo Nazionale e di non
osservare le norme in vigore ormai dal
lontano 1994, alcune delle quali obsolete già allora, ma anche i punti vendita
hanno il sacrosanto diritto di respingere le forniture di pubblicazioni quando
queste hanno, per esempio i seguenti problemi:
È, infatti,
impossibile andare avanti con questo sistema; ormai le edicole sono al collasso
totale, strabuzzanti di giornali che hanno scarsissimo mercato.
Il conto
deposito, strumento che doveva aiutarci a tentare la vendita di certe pubblicazioni
senza esporci economicamente in modo eccessivo, si è ormai rilevato un vero
bluff, perché tale strumento viene adoperato ad arte da editori, distributori
nazionali e distributori locali per intasare la rete di vendita con
pubblicazioni editoriali che, ormai, di editoriale hanno ben poco: molte di
queste sono solo scarti e avanzi di magazzino, sono pubblicazioni riciclate
fino all’esasperazione che hanno esaurito, da tempo, la loro validità e che
dovrebbero avere ben altra destinazione (quella del macero con conseguente
riciclo carta) e non mantenere, invece, il diritto di entrare ancora nel canale
edicola.
Si possono…
ammirare nelle foto che seguono, pubblicazioni distribuite più volte su piazze
differenti (si vedano i bollini resa delle varie distribuzioni e le
informazioni che alcuni rivenditori sono stati costretti a mettere in copertina
per riconoscere la pubblicazione al momento della resa).
Non occorre
fantasia per immaginare lo stato di salute e integrità di queste pubblicazioni…
La cosa
drammatica è che questa “roba” dovrebbe occupare, obbligatoriamente, posto
prezioso nei chioschi, o sugli scaffali dei negozi adibiti a edicola, a
discapito di pubblicazioni di mercato che producono reddito.
Qualcuno si è
mai chiesto come possa il giornalaio proporre questi prodotti ai propri
clienti?
E fiscalmente, è
giusta una continua, ripetuta ridistribuzione di pubblicazioni probabilmente
già destinate al macero?
Possibile che ci
sia sempre qualcuno che specula attraverso di noi, rimettendo questa porcheria
in circolazione?
Ogni giorno di
più questo fenomeno si espande e crea danni di tutti i tipi ai rivenditori di
giornali, ma soltanto ai veri rivenditori di giornali, perché le pubblicazioni
che hanno la classe di INVENDIBILITÀ entrano solo nelle edicole
tradizionali (trasformandole anche in punti vendita di pubblicazioni usate), ma
non entrano assolutamente nelle edicole dei centri commerciali né in quelle
della GDO , che hanno sugli scaffali solo ed esclusivamente pubblicazioni di
qualità, fornite e rifornite senza alcun riferimento statistico, perché gli
editori e distributori considerano per questo canale di vendita forniture
esaurite anche se hanno il 40% di resa.
Bisogna
riconoscere che chi è preposto a sommergerci di tutta questa merce (non
entriamo più nel merito se siano editori, distributori nazionali o locali) ha
scoperto come fare quattrini senza fatica: il prodotto esiste già e basta
apporgli una nuova etichetta, codice a barre o altra diavoleria che consenta di
inserirlo su un estratto conto. La periodicità? È un optional difficile da
controllare, così come è difficile verificare se la testata è regolarmente
registrata. Il nome? È una delle tante scritte presenti sul fronte: potrebbe
però essere scritto anche in corpo 6, così quando dovesse essere richiamato in
resa sarà necessario interpellare un rabdomante.
Ed ecco fatto:
il giornalaio come nelle belle favole, si trasforma (come il ranocchio in
principe azzurro!) da venditore ad acquirente forzato di merce invendibile.
Sì, acquirente,
il migliore della filiera, perché con le pubblicazioni or su menzionate viene
fatto di tutto: distribuite con un nome e richiamate in resa con altro
leggermente modificato da titolo e sottotitolo, permanenza in edicola variabile
a gusto, spostamenti di date di richiamo resa del conto deposito in più o in
meno; tutto bene organizzato affinché detto materiale ritorni indietro al
giornalaio con la dicitura RESA RESPINTA.
Una vera e
propria arte diabolica che farà sì che queste pubblicazioni rimangano
perennemente in edicola, procurando una sicura perdita economica al giornalaio
che, se non attento ad attuare la procedura a livello fiscale di distruzione
merce, dovrà pure pagarci le tasse.
Andrea
Innocenti
Vicepresidente
Nazionale
SNAG-Confcommercio