Troppe regole e barriere a favore di pochi

 

Questo è ciò che sembra essere scaturito dall’indagine conoscitiva riferita al sistema della distribuzione e vendita della stampa nel nostro paese che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ha depositato, alla fine dello scorso mese di luglio.

 

L’Autorità ha analizzato il suddetto sistema rilevando che la distribuzione della stampa in Italia risulta caratterizzata da una eccessiva regolamentazione, solo in apparenza funzionale all’obiettivo della tutela del pluralismo dell’informazione e che tale regolamentazione, in realtà, risulta principalmente finalizzata a garantire il massimo grado di protezione possibile agli operatori presenti sul mercato, in particolare a quelli attivi nella vendita al dettaglio.

Prosegue ancora l’Autorithy deducendo che comunque il pluralismo dell’informazione è tutelato da tre specifici elementi che sono:

Ciò posto, l’Autorità individua nel sistema numerosi ostacoli alla libera concorrenza nel mercato della distribuzione della stampa quotidiana e periodica, sia nell’attività al dettaglio, sia in quella all’ingrosso.

Per l’Antitrust la principale distorsione concorrenziale nel mercato della vendita al dettaglio della stampa è rappresentato dalle “barriere” all’entrata di natura amministrativa; dunque il regime autorizzatorio e il conseguente rilascio di licenze per la vendita da parte di Comuni, secondo il Garante, ha determinato una limitazione all’ingresso sul mercato di nuovi operatori, al solo fine di proteggere quelli già presenti!

 

 

No, al regime autorizzatorio

 

Al riguardo viene, quindi, esplicitamente rivolto un richiamo al Governo e al Parlamento affinché venga rimosso il vincolo del regime autorizzatorio e venga liberamente consentita la vendita della stampa agli esercizi di generi alimentari e alle librerie di piccola e media dimensione, criticando anche il disegno di legge n. 4163 (cosiddetta legge Bonaiuti) poiché non prevede la possibilità di vendere quotidiani e periodici negli esercizi commerciali sopra citati.

Un’ulteriore e circostanziata critica viene mossa dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato anche alle Regioni, o meglio a quelle che hanno provveduto a emanare indirizzi ai Comuni per le predisposizioni dei piani di localizzazione dei punti vendita di quotidiani e periodici; infatti, a parere dell’Antitrus, le Regioni avrebbero introdotto, cito testualmente “ingiustificati vincoli alla commercializzazione di prodotti editoriali, idonei a determinare gravi restrizioni al dispiegarsi di corrette dinamiche concorrenziali, nonché a produrre significative limitazioni dell’attività imprenditoriale”. Prosegue ancora il documento in esame, che il rilascio delle autorizzazioni alla vendita dovrebbe essere esteso a tutti gli esercizi commerciali che pur avendo fatto domanda di partecipare alla sperimentazione non avevano potuto porre in vendita il prodotto editoriale.

 

Più operatori, più concorrenza, più servizi

 

In realtà, si lamenta l’Antitrust, vige a oggi in Italia un sistema di contingentamento dei punti vendita che determina l’impossibilità o la grave difficoltà di accedere al mercato da parte di nuovi operatori mentre con il loro ingresso si determinerebbe una accresciuta concorrenza tra le imprese almeno in termini di qualità dei servizi offerti e, in particolare, di localizzazione del punto vendita rispetto al consumatore.

A sostegno di questa tesi l’Antitrust si dilunga nel rappresentare lo scarso livello di vendita dei quotidiani in Italia rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea auspicandosi che la liberalizzazione dell’accesso al mercato determini due conseguenze:

 

Edicole non adatte alla piccola editoria!

 

Venendo a esaminare il parere dell’Antitrust relativo al nostro settore, sotto un profilo economico e di marketing, risulterebbe che la rete di vendita tradizionale appare meno funzionale per la vendita delle pubblicazioni meno conosciute poiché, secondo l’Antitrust, non disponendo queste di adeguate risorse finanziarie per lo svolgimento diretto delle attività promozionali e di marketing avrebbero l’interesse a demandare tale attività a imprese a valle, specializzate nella distribuzione e nel marketing, come avviene in altre categorie merceologiche attraverso, in particolare, la grande distribuzione.

 

Libera trattativa dei prezzi

 

Un’ulteriore e rilevante critica viene ancora avanzata dall’Antitrust al vincolo previsto dal decreto legislativo n. 170 del 2001 che impone l’identicità del prezzo di vendita dei prodotti editoriali e delle condizioni economiche e commerciali di cessione delle pubblicazioni riconosciute dall’editore ai rivenditori.

Tali “restrizioni” determinerebbero una restrizione della concorrenza nell’attività al dettaglio e all’ingrosso, in quanto impedirebbero al rivenditore al dettaglio di contrattare liberamente con l’editore o con il distributore locale il prezzo di cessione delle pubblicazioni.

L’indagine conoscitiva in esame solleva, infine, alcune perplessità sull’attuale sistema della distribuzione in sede locale dei quotidiani e periodici per le quali, tuttavia, il vincolo al divieto di contrattare con il rivenditore oneri differenti e percentuali di sconto dissimili limiterebbero l’attività imprenditoriale.


Quali le soluzioni avanzate dall’Antitrust al sistema della diffusione della stampa quotidiana e periodica  nel nostro paese?

 

Anzitutto la rimozione dell’obbligo di legge di cessione dei giornali allo stesso prezzo per tutti i punti vendita e l’introduzione di una maggiore flessibilità contrattuale tra le parti ivi compresa la possibilità dell’assunzione del rischio dell’invenduto da parte del rivenditore (pagamento del prodotto in conto assoluto senza il diritto di resa);

 quindi la possibilità di introdurre la facoltà per i punti vendita al dettaglio di rivendere i giornali ad altri punti vendita.

Dall’esame delle risultanze dell’indagine conoscitiva dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato emergono alcune considerazioni da avanzare e diverse domande da porsi.

Occorre anzitutto chiarire se si ritiene la vendita della stampa quotidiana e periodica, per quanto concerne la normativa antitrust, assimilabile alla vendita di altri prodotti di ben altra natura, ovvero se si ritiene che la difesa di principi costituzionalmente garantiti (quali la libertà di stampa e il pluralismo dell’informazione) debbano, come ritengo, prevalere su logiche di mercato che si intenderebbe invece applicare al sistema di diffusione della stampa periodica in Italia.

A ben vedere, tutta la normativa che si è via via succeduta nel nostro paese, dal 1981 in avanti, è stata caratterizzata dalla salvaguardia di valori costituzionalmente garantiti e dall’esplicito riconoscimento della specificità del prodotto (stampa quotidiana e periodica) rispetto al comparto commercio.

 

Errori di valutazione

 

L’Autority dà invece una pesante “spallata” ai cardini posti a fondamento di tutta la disciplina del settore ma incorre, a mio modesto parere, in alcuni clamorosi errori di valutazione e, soprattutto, pone l’accento su diverse erronee considerazioni, frutto di vetusti stereotipi e prive di alcun riscontro con la realtà dei fatti.

Non è vero che il livello di diffusione della stampa quotidiana in Italia rimane basso se paragonato a quello di altri paesi europei: basti pensare che ogni giorno in Italia vengono diffusi circa 2 milioni di copie della cosiddetta “free-press” pari alla diffusione dei due più venduti quotidiani italiani.

L’Antitrust dimentica e sottace che l’attuale rete di vendita, che consta di oltre 40.000 punti, non ha eguali in nessun’altra parte del mondo e, in particolare che negli altri paesi dell’Unione Europea (sempre  prontamente chiamati in causa a titolo di paragone) non vi è una così capillare dislocazione dei punti vendita di giornali come in Italia.

Disconoscere e non tenere in debita considerazione questo “fenomeno” equivale a falsare ogni tipo di indagine e, soprattutto, a suggerire correttivi o, peggio ancora, stravolgimenti dell’attuale assetto che è pervaso da problematiche più correlate all’eccesso di punti vendita che non alla carenza degli stessi.

 

Il fallimento della sperimentazione

 

Diversamente da quanto affermato dall’Antitrust, la sperimentazione ha dimostrato che a un aumento di circa il 10% dei punti vendita ha corrisposto un aumento della vendita di nemmeno il 2%, evidenziandosi con ciò che il problema della diffusione della stampa non passa attraverso la scarsità dei punti vendita, ma in ben altre dinamiche di mercato quali, per esempio, la scarsa propensione alla lettura, o meglio, all’acquisto del quotidiano come il fenomeno della “free-press” sta a dimostrare.

Sostenere poi, come sostiene l’Antitrust, che la piccola e media editoria verrebbe salvaguardata da un ulteriore aumento dei punti vendita o come si suol dire da “più occasioni di vendita” significa non considerare i costi  effettivi che devono essere affrontati da piccole imprese editoriali per il solo chiedere di recapitare il proprio prodotto editoriale nei punti vendita (siano essi tradizionali che aggiuntivi).

Affermare, infine, che l’attuale ripartizione del rischio dell’invenduto e la rigidità nella remunerazione del rivenditore determinano l’incentivo per quest’ultimo a richiedere quantità elevate di prodotto rispetto a quelle che l’editore o il distributore sarebbero disposti a produrre e movimentare, significa non conoscere neppure le dinamiche fondamentali di un mercato dove non è certamente il singolo rivenditore che si può autodeterminare i quantitativi di prodotto editoriale che intende ricevere nel proprio punto vendita.

Tale autodeterminazione è attualmente riscontrabile nei punti vendita della grande distribuzione organizzata dove invece hanno, di fatto, accesso solo i prodotti editoriali ad alta percentuale di vendita e ciò in evidente contrasto, non solo con l’obbligo della parità di trattamento, ma anche con quanto afferma l’Antitrust in materia, secondo la quale sarebbe proprio la piccola e media editoria a beneficiare delle vendite che potrebbero avvenire nel canale della GDO!

 

Meglio, molto meglio…

 

Le motivazioni contenute nell’indagine dell’Antitrust non solo, quindi, non convincono ma denotano una insufficiente conoscenza del settore e, attraverso l’utilizzo di discutibili assiomi, pretendono di trovare un “equilibrio” tra il pluralismo dell’informazione (quindi tutela dei piccoli editori) e la libera concorrenza del mercato.

Meglio sarebbe stato proporre una liberalizzazione a 360°gradi dove poter correttamente inserire tutte le dinamiche proprie della libertà di concorrenza e di libero accesso a un mercato.

 

Perché dunque non ipotizzare:

In buona sostanza porre in essere quello che succede in altri paesi dell’Unione Europea dove la distribuzione e la vendita del prodotto editoriale soggiaciono alle più elementari regole del mercato, dove domanda e offerta regnano incontrastate. In attesa che questa ipotesi possa essere presa in seria considerazione teniamoci stretto l’attuale impianto normativo consci e persuasi che il diffondere cultura e libertà e salvaguardare il pluralismo dell’informazione siano principi non suscettibili di essere ricondotti a ciniche dinamiche di mercato.

 

Di Maurizio Corti