L’editore di Cioè, da ragazzo voleva fare il pilota...

 

...poi l’incontro con un suo professore di scuola dà il via alla sua brillante carriera di editore.

 

Da ragazzo voleva fare il pilota da corsa Fabio Piscopo, inebriato da quell’impagabile sensazione che danno la velocità e l’aver sfidato e superato gli avversari. Invece ha finito per occuparsi di giornali, così bene che oggi, a venticinque anni dal lancio di Cioè, il suo primo settimanale, pubblica quarantasei periodici.

Piscopo viene da una famiglia d’imprenditori. Il nonno materno, Giuseppe Ricci, di Forlì, nel dopoguerra ha fondato la Ultragas, una delle principali società italiane di distribuzione di petrolio e di gas.

“Anche mio padre lavorava con lui e il mio destino era segnato: laurea in economia e commercio e poi dritto filato nell’azienda di famiglia”, racconta. “Invece a me la prospettiva andava proprio stretta. Da piccolo sentivo il fascino di questo nonno che si era fatto da solo e anch’io avevo voglia di trovare una mia strada”.

Vista l’opposizione della famiglia alla sua carriera di pilota, lavora per due anni in banca, ma per lui è come stare in gabbia. Finché un giorno incontra per caso il suo professore di greco e latino del liceo, Angelo Buononato, che aveva messo in piedi una piccola casa editrice di edizioni parascolastiche, Le Muse.

“Al liceo non ero un bravo studente, ma con questo professore c’era stato un buon rapporto”, ricorda. “Quando ci siamo rincontrati ho ammesso che a 28 anni non sapevo ancora cosa fare da grande, e lui mi ha proposto di entrare nella sua casa editrice”.

Con l’aiuto dei genitori, Piscopo acquista il 50% delle Muse e per un paio d’anni impara il mestiere; poi il professore decide di fare solo l’autore e gli cede anche l’altro 50%. Ma il neo editore è di nuovo irrequieto: “Avevo portato la casa editrice al guadagno, però mi sentivo costretto in un lavoro lento e noioso”, spiega. “Da quando concepisci l’idea al momento in cui il libro arriva in libreria, se va bene passa un anno. Per il mio carattere questi tempi sono allucinanti, sentivo il bisogno di misurarmi con qualcosa di più rapido e anche di più eccitante”.

Intanto siamo arrivati al 1980 e ancora una volta è il caso – o meglio il destino, come dice lui – a venirgli in aiuto. La sorella, Paola, si sposa con Guido Cavallina, figlio di Paolo Cavallina, un giornalista della Rai all’epoca molto conosciuto. Fabio e Guido hanno la stessa età e vanno d’accordo. Un po’ per gioco cominciano a sfidarsi: ma perché non facciamo un settimanale per giovani, che in Italia non c’è niente del genere? Pensano a un giornale rivolto soprattutto alle adolescenti e con tanti personaggi.

Il nome è quasi obbligato: Cioè, la parola che in quegli anni infarcisce come un tic il linguaggio giovanile. Il primo numero esce il 7 ottobre 1980: editore Fabio Piscopo, direttore Guido Cavallina; numero dei dipendenti della casa editrice: sei. Oltre a far decollare subito le vendite attorno alle 50mila copie, la copertina con gli sticker è ancora oggi una delle caratteristiche di successo di Cioè. Ma il secondo passo, quello decisivo per affermare il settimanale, risale all’anno dopo ed è anche questa volta un’idea semplice semplice che però fino a quel momento nessuno aveva avuto.

Piscopo la racconta così: “In una cartoleria vedo una gommina a forma di cuore. Ma questa si potrebbe mettere assieme al giornale, penso. Chiaramente avevamo molti dubbi: a quell’epoca non facevamo sondaggi e non sapevamo come le lettrici avrebbero reagito a un aumento del prezzo di copertina, anche se piccolo. Invece fu un boom e Cioè fece l’esaurito su una tiratura attorno alle 100mila copie. In quel momento abbiamo capito che questo era l’unico modo per battere i grandi editori che avevano tanti soldi da investire e facevano pubblicità in tivù. E Cioè ha continuato a uscire con allegata ogni volta una piccola cosa: l’anellino, il braccialetto, la penna un po’ strana. Andavo io in giro a cercare questi oggetti, del resto a quell’epoca era tutto più semplice e le ragazze si accontentavano. Così siamo arrivati alle 300mila copie del 1990”.

Attorno al gadget Fabio Piscopo ha costruito la strategia di espansione in edicola delle sue principali testate, Cioè in testa.

 

“Easy Shop”: felici di consumare

A tenerlo a battesimo è stata, felice coincidenza, Sophie Kinsella, autrice di culto della serie I love shopping, che racconta ancora una volta il fantastico mondo di Rebecca Bloomwood, la donna che fa ciò che tutte noi sogniamo, ma che poche osano: abbandonarsi nel vortice dello shopping per il puro piacere di farlo, incuranti di conto in banca e carta di credito pericolosamente viranti al rosso.

Per la Mondadori, che di Kinsella è l’editore italiano, era difficile immaginare madrina più adatta al suo Easy Shop, nuovo periodico dedicato allo shopping ideato e diretto dal direttore di Grazia, Carla Vanni.

Annunciato per fine settembre, in realtà Easy Shop è arrivato in edicola l’8 del mese. Un’accelerazione dovuta a una raccolta pubblicitaria superiore alle previsioni, ma anche alla scelta di occupare tempestivamente una nicchia di mercato ancora sgombra e che, visto il successo e il moltiplicarsi di periodici simili all’estero, potrebbe far gola ad altri editori italiani.

Fra Usa, Germania e Francia sono ormai sette le riviste di shopping; la prima, uscita nel 2000, è stata Lucky della Condé Nast, che oggi ai suoi inserzionisti garantisce un milione di copie vendute. 

“Sono convinta che Easy Shop risponda a un bisogno reale delle lettrici italiane: trovare, fra le mille cose che il mercato ci mette a disposizione, quelle migliori e più adatte a noi al prezzo migliore”, ha detto Carla Vanni.

 

Riecco la sindrome del “quotidiano popolare”

La malattia scompare per qualche anno e poi riappare.

Un giornalista, un manager, un imprenditore incosciente o impreparato si alza al mattino e mentre si fa la barba (sino a oggi non si conoscono donne a cui sia capitato) dice: “Perché non facciamo un giornale popolare? D’altra parte c’è anche negli altri Paesi. In Italia manca una cosa così”. E via dicendo con sciocchezze di questo genere.

La storia è vecchia e chi ci ha provato si è schiantato contro il muro. Eppure non dovrebbe essere difficile scartare un progetto del genere. Vediamo perché.

Innanzitutto la confusione terminologica: cosa vuol dire “popolare”?

Tutti i progetti parlano di linguaggio facile, di argomenti come cronaca, sport, gossip. In tutti sembra esserci la convinzione che oggi manchi un’offerta di questo tipo.

Proviamo ad affrontare il problema con un minimo di logica di marketing. In Italia si vendono da molti anni circa 6 milioni di copie di quotidiani. Uno ogni 3 famiglie e mezzo circa. Meno, in alcuni casi molto meno, che negli altri Paesi occidentali. Su sei milioni di copie circa un terzo sono giornali nazionali, seminazionali o di opinione, un quarto quotidiani sportivi e gli altri sono giornali locali con una presenza particolarmente significativa (superiore a molti altri Paesi occidentali) di quotidiani provinciali. Questo è il mercato in cui si dovrebbe inserire un nuovo giornale popolare dal linguaggio facile con una forte preponderanza di cronaca (peccato che ci siano già i quotidiani locali), di sport (peccato ci siano già gli sportivi) e gossip (peccato che in Italia ci siano già Oggi, Gente, Chi, Dipiù, e compagnia cantante).

Rimarrebbe la volgarità, il sesso dei tabloid inglesi.

Peccato che in Italia le tette le troviamo una settimana sì e una no sulla copertina dei news magazine. A me pare evidente che l’offerta di contenuti popolari ci sia già, inserita in contenitori specializzati come gli sportivi o ben radicati sul territorio come i quotidiani locali. Un grande editore mi disse un giorno: “La differenza tra un quotidiano e un settimanale è che il quotidiano esce tutti i giorni mentre il settimanale esce solo una volta alla settimana”.

Non era una banalità, ovviamente sottolineava la diversità dei profili di rischio. Un quotidiano nazionale non solo esce tutti i giorni, ma anche in tutte le edicole d’Italia.

Proprio un bel rischio! (Smile)

 

25 ottobre: è arrivato “Psycologies”

Il nome rimane quello dell’edizione originale francese. Dirige il nuovo mensile di Hachette-Rusconi, Lucia Rapazzo, direttore anche di Vitality.

In Italia, Psycologies è il quarto mensile sul tema ad arrivare in edicola da inizio anno dopo Yourself, Psicologia (supplemento di Natural Style) e Per Me. Quest’ultimo pubblicato da Mondadori, è attualmente il più venduto con una media, secondo le rilevazioni dell’editore, di 225mila copie di cui circa metà acquistate in abbinamento con Donna Moderna.

 

Anche RCS pensa al …POPOLARE

Il nuovo amministratore delegato vaglia i vecchi progetti e ne pensa di nuovi. A cominciare dalla trasformazione del Corriere della Sera, entro il 2005, in un quotidiano tutto a colori di 96 pagine. C’è poi la revisione di Sport Week, il magazine allegato all’edizione del sabato della Gazzetta che dovrebbe arrivare rinnovato in edicola entro l’inizio della prossima primavera.

Vittorio Colao ha dato un’accelerazione anche al gruppo che sta studiando la possibilità di lanciare un quotidiano popolare. Dopo che le analisi di mercato hanno confermato l’esistenza di un pubblico interessato a un prodotto del genere – che tra l’altro non si sovrapporrebbe al target della free press – una squadra, formata da Paolo Mieli (vicepresidente e direttore editoriale del gruppo) Pietro Calabrese (direttore della Gazzetta) e Paolo Occhipinti (direttore di Oggi), sta realizzando un progetto che sarà presentato a breve ai vertici dell’azienda.

 

Oriana Fallaci? No, non conosco

Non era fin qui mai successo che nella storia della critica e del dibattito politico e giornalistico, un testo venduto come il pane, scritto da una giornalista di fama mondiale, impegnato su uno dei temi cruciali di questo secolo, venisse letteralmente, ostinatamente e risibilmente negato.

“Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci” per l’intellighenzia italiana (si fa per dire) è come se non fosse mai stato scritto, mai stato stampato, mai stato allegato al Corriere della Sera per ben quattro edizioni, mai letto da milioni di persone.

Aveva proprio ragione Lucia Annunziata a scrivere che “Oriana Fallaci è la più grande giornalista italiana e uno dei personaggi che hanno definito il secolo che si è appena concluso. Nessuna di queste due definizioni è oggi condivisa dall’establishment italiano. Ma anche questo disconoscimento è uno degli elementi definitori della biografia della Fallaci”.

 

“Motociclismo” da 90 anni in sella

Sono stati festeggiati, a settembre, i 2.600 numeri pubblicati da Motociclismo, testata di punta del gruppo Edisport Editoriale che viene definita dagli appassionati la “Bibbia delle due ruote”. Uscita nel maggio del 1914, oggi la rivista ha un prezzo di copertina di 4,20 euro, una foliazione di circa 500 pagine a numero e una diffusione media di 190mila copie che, secondo le previsioni, a fine anno dovrebbe segnare un incremento del 4-5%.

Dopo la nascita, lo scorso anno, di Motociclismo Fuori Strada, all’Edisport Editoriale annunciano nuove iniziative editoriali in ambito motoristico, top secret fino all’appuntamento del Motor Show del prossimo dicembre.