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Tabacchi
in edicola?
Periodicamente
arrivano in redazione richieste per sollecitare la vendita
delle sigarette in edicola, come se questa nuova attività
fosse in grado di risollevare i fatturati. Ma siamo
certi che ne varrebbe la pena? Il ricavo medio di un
tabaccaio per la vendita delle "bionde" è, infatti,
di 25.860 euro l'anno.
Negli
ultimi anni si è parlato a più riprese della possibilità,
mai realizzata, di vendere i tabacchi in edicola. Questo
giornale se ne occupò la prima volta nel 1994, con un
lungo servizio in cui si illustrava il problema e si
faceva un ampio sondaggio sulla volontà degli edicolanti
di smerciare sigarette e affini. Da nord a sud, ne risultò
che a molti edicolanti non sarebbe dispiaciuto mettere
a disposizione del cliente un prodotto in più anche
se molti sollevavano dubbi in merito allo spazio: in
genere, nei chioschi-edicola non ne avanza molto, senza
contare che il chiosco non garantisce le condizioni
ambientali idonee per la conservazione di un prodotto
deteriorabile come le sigarette. D'altra parte, non
tutte le edicole sono chioschi all'aperto: una parte
degli esercizi sono infatti negozi anche ampi, che sarebbero
invece perfettamente adatti alla vendita di articoli
da fumo. La questione venne sollevata nuovamente, sempre
su queste pagine, qualche anno dopo (n. 5 del 1999):
a seguito dell'avvio, in fase sperimentale (legge n.
108 del 1999), della vendita dei giornali sia in bar
che in tabaccheria. Fase sperimentale che divenne poi
effettiva, con il Decreto Legge 170 del 24 aprile 2001:
che estendeva la possibilità di vendita della "stampa
quotidiana e periodica" a numerose categorie di punti
vendita non esclusivi (ovvero, non adibiti solo
a quell'attività), tra i quali, appunto, le tabaccherie.
Una liberalizzazione che agli edicolanti non piacque,
perché andava a senso unico: i giornali potevano essere
venduti ovunque, mentre i tabacchi restavano esclusivo
appannaggio dei tabaccai. Partì una campagna, alla quale
partecipò anche questo giornale, per la liberalizzazione
della vendita degli articoli da fumo; campagna che,
almeno fin'ora, non ha dato alcun risultato: i giornali
si continuano a vendere ovunque, le sigarette solo in
tabaccheria e presso i rivenditori speciali.
Visto
da vicino
Ma
vediamo come funziona il mondo dei tabacchi e delle
tabaccherie in Italia. L'attività delle rivendite è
regolamentata dall'Amministrazione Autonoma dei Monopoli
di Stato (AAMS, www.aams.it), ente statale cui fanno
riferimento i tabaccai, anche se dal 2003 l'Ente Tabacchi,
che era la struttura di AAMS delegata alla produzione
e distribuzione delle sigarette, è passato in mano al
colosso BAT (British American Tobacco, www.batitalia.it).
I Monopoli oggi hanno una funzione di "controllo" su
tutti i rivenditori di tabacchi del territorio nazionale:
siano essi rivenditori ordinari (la normale tabaccheria,
che deve esporre il numero della concessione sull'apposita
insegna a "T"), siano essi rivenditori speciali,
come quelli ubicati presso particolari strutture (quali
porti, stazioni ferroviarie, aree di servizio automobilistiche,
aeroporti, caserme, etc.); sia, infine, i titolari di
"patentini", e cioè quei bar ai quali è concesso di
rifornirsi di tabacchi dal rivenditore più vicino. Per
ottenere la concessione della licenza per una rivendita
di generi di monopolio, occorre presentare domanda all'AAMS
entro il primo trimestre di ogni anno. Nella domanda
deve essere anche indicata l'ubicazione delle tre tabaccherie
più vicine, precisandone il numero identificativo (rilevabile
nell'apposita insegna a "T") e il Comune di ubicazione
delle stesse: perché la distanza minima tra una tabaccheria
e l'altra, salvo casi eccezionali, deve essere tra i
200 e i 300 metri (la distanza viene calcolata in base
alla produttività della zona, che prende in considerazione
la potenzialità economica, il numero di abitanti, ecc.).
I tabaccai, in teoria, dovrebbero mettere in vendita
tutte le marche "imposte" dai Monopoli, una regola che
in realtà oggi non è più attuata: il tabaccaio sceglie
cosa vendere e può non ordinare quei prodotti che la
clientela non gli richiede. Alla vendita dei prodotti
da fumo si affianca un'altra storica attività delle
tabaccherie: la vendita dei valori bollati - francobolli
e marche da bollo - di cui i tabaccai hanno l'esclusiva
(insieme ovviamente a Poste Italiane). La distribuzione
dei tabacchi sul territorio avviene tramite i "depositi
fiscali", sparsi su tutto il territorio nazionale, dove
i rivenditori di generi di monopolio si vanno a rifornire.
Il pagamento, da parte dei tabaccai, dovrebbe avvenire
al momento dell'acquisto, anche se sono previste forme
di dilazione "a fido" (formula gestita dalla società
ECOMAP, www.ecomap.it) essendo le sigarette molto costose
(non a caso sono frequenti gli appostamenti di malviventi
fuori dai depositi, che puntano proprio a derubare il
tabaccaio quando esce "carico" di bionde). In Italia
le tabaccherie sono all'incirca 58.000. Domina il panorama
sindacale della categoria la FIT, Federazione Italiana
Tabaccai, alla quale sono iscritti la stragrande maggioranza
dei tabaccai italiani, e che aderisce a Confcommercio;
ASSOTABACCAI, che aderisce a Confesercenti, è decisamente
meno ramificata e influente. Per un confronto con la
situazione di altri paesi europei vedere box a pag.
8.
Un
grosso giro d'affari
Si calcola che nel 2005 il giro d'affari
legato ai prodotti da fumo sia ammontato a 15,5 miliardi
di euro (fonte Ref): una montagna di denaro ripartita
tra i produttori, lo Stato (al quale, tra accise e iva,
va oltre il 70% del prezzo al dettaglio) e l'esercente,
ovvero il tabaccaio, il quale percepisce un aggio del
10% (per un totale medio di 25.860 euro pro capite).
Risale alla notte dei tempi la protesta dei tabaccai
contro gli esigui guadagni provenienti dalle sigarette,
proteste che hanno sortito anche qualche effetto, visto
che è una conquista degli ultimi anni l'aggio al 10%
(nel 1974 era del 7,5%, nel 1986 dell'8,5% e via di
lievi ritocchi fino all'attuale 10%). Un grosso giro
d'affari, si diceva, dal quale però i tabaccai sono
un po' esclusi: se dovessero contare solo sulla vendita
delle sigarette, la maggior parte di essi avrebbero
difficoltà ad arrivare a fine mese. Ma il mondo della
tabaccheria, negli ultimi anni, ha subìto molti cambiamenti,
e gli introiti che gli provengono sono solo per una
piccola parte generati dalla vendita dei generi di Monopolio
(sale e valori bollati compresi): perché ormai la tabaccheria
è un centro servizi e un negozio, che detiene sì l'esclusiva
delle sigarette e dei francobolli, ma in cui si va per
pagare una multa (tramite la rete Lottomatica), per
fare fotocopie, per giocare la schedina, per comprare
un quaderno, uno snack, delle caramelle. Un "multicenter",
si direbbe con parola di recente acquisizione, la cui
strategia di diversificazione del "business" è risultata
vincente.
Il
dopo Sirchia
Il
10 gennaio del 2005 è entrata in vigore la legge Sirchia,
che ha sancito il divieto di fumo in tutti i luoghi
pubblici, compresi treni, bar e ristoranti. Negli ultimi
anni si è assistito a un notevole calo delle vendite
di sigarette; la legge Sirchia è stata alla base della
perdita, secondo stime Ref, di circa il 3,5%
delle vendite. Una perdita considerevole dunque, anche
se contenuta rispetto al crollo temuto dai produttori.
Ma il trend negativo è ormai avviato da alcuni anni:
dal 2001 la perdita complessiva è stata di quasi il
10%. Una flessione dovuta sia alle misure antifumo (tra
le quali ricordiamo anche il divieto di pubblicizzazione,
e le scritte molto "dure" che da qualche anno campeggiano
obbligatoriamente sui pacchetti) che ai continui aumenti,
che hanno fatto virare parte dei consumi verso altri
prodotti: sigari, sigaretti e tabacco trinciato da cartina
e da pipa. Tempi duri, dunque, per le "bionde". Ai quali
si aggiungono le cause milionarie intentate ai produttori
da ex fumatori, ammalatisi di malattie riconducibili
al fumo. Segno dei tempi che cambiano: se fino a qualche
decennio fa il fumo era considerato alla stregua di
uno status symbol, o quantomeno tollerato come il "minore
dei vizi", oggi l'atteggiamento della società è estremamente
critico (fino agli eccessi, come il divieto di fumo
all'aperto), anche nel tentativo di educare le giovani
generazioni.
Arriveranno
mai le sigarette in edicola?
Da
mesi, ormai, si parla di liberalizzazioni e, come tutti
sanno, anche i prodotti da banco farmaceutici sono arrivati
nei supermercati, sia pure sotto la responsabilità di
un farmacista in loco. Per quanto riguarda i tabacchi,
abbiamo cercato di parlare con qualche addetto (segretario
di Pierluigi Bersani al Ministero delle Attività Produttive)
per avere notizie, e l'unica cosa che abbiamo appurato
è che questo governo non ha interesse nella liberalizzazione
dei prodotti da fumo come si evince dalla Legge Finanziaria
dell'Unione (e anche perché, ci dicono, non c'è propensione
a diffondere ulteriormente un prodotto deleterio per
la salute). D'altra parte, anche a livello europeo il
tutto, per ora, resta saldamente nelle mani dei Monopoli
dei vari Paesi e a loro, e soltanto a loro, sono demandati
i criteri di commercializzazione dei prodotti legati
al tabacco.
La
questione che rimane sul tavolo è dunque: converrebbe
o no, agli edicolanti, la vendita delle sigarette? Un
parere ce l'ha dato Lino Maesano, presidente
dello SNAG di Roma: "Sono contrario: perché a mio avviso
non è un tipo di vendita che si concilia con l'edicola;
c'è inoltre un problema di sicurezza, visto che le sigarette
sono un articolo che fa gola ai rapinatori, e le edicole
sono, per natura, molto esposte ai furti. "Di certo
dovremmo, invece, riuscire a portarci altri prodotti,
quali quelli legati a lotto e lotterie". Mentre Ermanno
Anselmi, segretario generale del SINAGI, dice: "Se
la liberalizzazione avvenisse davvero, a 360¡, non avremmo
ovviamente nulla in contrario, anche se, essendo il
fumo un consumo molto tassato e molto avversato negli
ultimi anni dalle istituzioni, non lo considereremmo
una nostra prerogativa. Senza contare, ovviamente, i
problemi strutturali cui andrebbero incontro i chioschi".
D'accordo anche lui, invece, per quanto riguarda gli
altri prodotti. "Tutt'altra cosa - conclude - è parlare,
invece, dell'estensione della rete Lottomatica
alle edicole, che per ora è appannaggio quasi esclusivo
dei tabaccai. Quella sarebbe una vera opportunità per
moltissime nostre rivendite".
Per
concludere
Senza
voler fare i moralisti resta da chiedersi, a fronte
di un prodotto così nocivo per la salute pubblica, perché
contribuire al suo consumo. Anche se rimane comunque,
a nostro avviso, l'utilizzo di due pesi e due misure
nel trattamento di categorie che formano l'ossatura
commerciale e, perché no, anche umana del nostro Paese.
Da una parte si concede, dall'altra si vieta. E questo,
in un mercato libero o presunto tale, non va bene.
Nanni Ballantini
MONOPOLIO
sempre MONOPOLIO
Francia
La
vendita al dettaglio dei prodotti del tabacco è un monopolio
sotto la tutela della Direzione Generale delle Dogane
e dei Diritti Indiretti. In Francia si contano circa
33.000 punti vendita tabacchi. Di questi circa il 60%
è bar-tabacchi (o bar-tabacchi-edicola), 30% sono tabacchi-edicola
(senza bar) e 10% sono tabaccherie esclusive. Alcuni
ristoranti e caffè sono autorizzati a vendere tabacchi,
ma solo in base a regole molto strette e sempre sotto
il controllo delle Dogane. E si arriva a un totale di
62.000 rivenditori autorizzati. I distributori automatici
sono proibiti dalla legge.
Spagna
La vendita di Tabacchi e Francobolli viene concessa
per Concorso Pubblico pubblicato nel Bollettino Ufficiale
dello Stato (BOE) e bandito dal Sottosegretariato del
Ministero dell'Economia e Industria su proposta della
Commissione per il Mercato dei Tabacchi. Esistono 15.000
tabaccherie, ma le sigarette si possono acquistare anche
in 120.000 distributori automatici situati nei locali
pubblici come bar, ristoranti, negozi alimentari, supermercati
e, sorprendentemente, anche in ospedali e altri centri
sanitari.
Germania
È l'unico Paese in cui la vendita dei tabacchi (gestita
dal Monopolio tedesco) è concessa con relativa facilità
a bar (distributori automatici o vendita diretta), ristoranti,
edicole, distributori di benzina, supermercati, droghieri,
ecc.
Fuga
dalle sigarette in Europa
Cala
sensibilmente il numero dei fumatori in Europa e aumentano
i cittadini favorevoli alle misure anti-tabacco nei
luoghi pubblici. I dati, contenuti nel sondaggio condotto
da Eurobarometro in concomitanza della giornata
mondiale senza tabacco del 31 maggio, mostrano un'inversione
di tendenza nella diffusione del tabagismo nel Vecchio
Continente. I cittadini europei contagiati dal vizio
del fumo sono passati dal 33% del 2002 al 27% nel 2005.
Più della metà degli intervistati (56%), inoltre, si
dichiara favorevole alla proibizione totale del fumo
nei ristoranti. Eurobarometro rileva anche che
negli ultimi anni è aumentato il numero di chi
è riuscito a vincere la dipendenza e a smettere
di fumare (22%). Cresce, poi, la consapevolezza dei
danni causati dal fumo passivo, mentre i più giovani
sembrano essere particolarmente infastiditi dagli aspetti
sgradevoli legati al tabacco, come il cattivo odore.
Dai dati emerge, infine, una sensibile differenza tra
la percentuale di donne e uomini che non hanno mai fumato
(57% di donne a fronte del 35% di uomini). Nei paesi
europei, il tabacco rimane tra le prime cause di decessi,
mietendo ogni anno più di mezzo milione di vittime e
causando oltre il 25% dei cancri mortali. Eurobarometro
sottolinea, tuttavia, che la percentuale di fumatori
negli Stati membri è estremamente variabile e
in alcuni paesi UE il numero di tabagisti è nettamente
superiore alla media europea. Se paragonati agli accaniti
fumatori sparsi nel resto del mondo, comunque, i fumatori
del Vecchio Continente sembrano essere tra i più virtuosi:
secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della Sanità,
infatti, il fumo causa ogni anno oltre 3,5 milioni di
morti, un milione dei quali si concentra nei paesi in
via di sviluppo.
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