Parità di trattamento... questo è il busillis!
Oggi è domenica ed è una bella giornata: il cielo è azzurro, senza nemmeno una nuvoletta, l’aria è fredda ma il sole, dissolta la nebbiolina di stamani, comincia a far sentire il suo tepore. Il tempo ideale per fare una gita o una bella passeggiata.
Ma sono un po’ pigro per cui, dopo essermi sprofondato in una comoda poltrona, decido di dedicarmi alla lettura.
Non ho libri o giornali a portata di mano e allora agguanto un piccolo volume azzurro (l’unico raggiungibile senza alzarmi) con in copertina una grossa scritta “SNAG” e, a caratteri bianchi, più piccoli, “Accordo Nazionale sulla vendita dei giornali quotidiani e periodici”.
L’ho già letto, mi dico, ma non ho voglia di muovermi dalla poltrona e poi… perché non rileggerlo?
D’altra parte – penso – quante volte i preti leggono e rileggono il breviario senza stancarsi?
Sorrido per quest’accostamento un po’ ardito e inizio la lettura ovviamente dal “Preambolo” che immediatamente, già dalle prime quattro righe, mi ricorda che ho in mano non un pamphlet o un romanzino rosa ma un qualcosa di molto serio: caspita, c’è un preciso riferimento alla nostra Costituzione!
E per meglio richiamare il lettore a una maggiore attenzione vengono ripetutamente citati leggi e decreti che, dal 1948 a oggi, regolano il sistema di vendita della stampa quotidiana e periodica.
Sembra che la normativa sia quasi esclusivamente indirizzata – è un aspetto più volte ripetuto nel Preambolo – alla tutela del principio della parità di trattamento alle diverse testate.
Quando andavo a scuola, i miei insegnanti mi avevano parlato di vari principi: quello di Archimede, quello di Pascal, quelli della meccanica e della logica, di principi etici, morali e religiosi e altri ancora che adesso non ricordo più. Nessuno, però, mi aveva mai accennato a quello della parità di trattamento.
Ho, quindi, un po’ di difficoltà a comprendere in quale modo posso assicurare la stessa attenzione, un’identica lavorazione, la medesima cura o un’uguale condizione a dei prodotti tra loro così diversi: nella periodicità, nel prezzo, nelle dimensioni, negli argomenti che trattano, ecc.
Decido di colmare la lacuna in modo autodidattico e per questo sono costretto a schiodarmi dalla poltrona, accendere il computer e smanettare con il mouse finché non trovo le leggi citate nel Preambolo.
Da ragazzo, preparandomi a un’interrogazione, per far prima, iniziavo a studiare partendo dagli ultimi argomenti e così decido di fare adesso.
Trovo il Decreto Legislativo 24 aprile 2001, n. 170 e, all’art. 4, poche righe:

Parità di trattamento
1. Nella vendita di quotidiani e periodici i punti di vendita esclusivi assicurano parità di trattamento alle diverse testate.
2. I punti di vendita non esclusivi assicurano parità di trattamento nell’ambito della tipologia di quotidiani e periodici dagli stessi prescelti per la vendita.

Niente di più, niente di meno di quanto già scritto nel Preambolo dell’Accordo Nazionale. In verità nel Preambolo c’è qualcosa in più a carico dell’edicolante: leggo, infatti, che “La normativa prevede, inoltre, che i punti di vendita esclusivi sono tenuti a porre in vendita tutti i prodotti editoriali che ne fanno richiesta assicurando nella vendita parità di trattamento alle diverse testate”. Mi pare che l’obbligo indicato sia più ampio di quello previsto dalla legge.
Comunque il principio della parità di trattamento continua a rimanermi sfuocato: cosa significa assicurare identiche condizioni nella vendita alle diverse testate?
Che devo esporre tutte le pubblicazioni nello stesso modo assicurando identico spazio?
Che posso pretendere dal distributore locale l’invio di almeno una copia di tutte le testate che riceve dagli editori?
Che sono costretto a non rifiutare nessuna pubblicazione inviatami su autonoma scelta di altri?
Che devo accettare l’ingresso nella mia edicola di tutta la mer…canzia proveniente da soggetti non firmatari dell’Accordo Nazionale senza poter contrattare nessuna condizione di sconto, permanenza e resa? Provo a rispondermi.
Non credo che la parità di trattamento faccia riferimento all’esposizione poiché tale principio non potrebbe materialmente essere rispettato tenuto conto delle limitate dimensioni di un’edicola. E poi che dire di quelle letterine in cui gli editori carinamente ci invitano a esporre in modo ben visibile una loro testata: ci sarebbero gli estremi di istigazione a delinquere.
Scarto immediatamente anche l’ipotesi che possa pretendere l’invio di almeno una copia di tutte le testate poiché andrei ad aggredire la libera scelta di un editore che, avendo la necessità di salvaguardare l’economicità della propria azienda, non può certamente soddisfare le esigenze diffusionali di un singolo punto di vendita.
Rimangono le altre due domande che, per comodità e per similitudine, riassumo in una sola:
Parità di trattamento significa forse che non posso scegliere io cosa voglio vendere nella mia edicola e che devo accettare l’invio di tutto quello che altri soggetti (editori, distributori nazionali, distributori locali) decidono di mandarmi?

Sembra proprio che sia così… È la Costituzione, bellezza! (Nella foto la firma della Costituzione Italiana2 ).
Intanto, però, non capisco perché io devo rispettare la parità di trattamento tenendo in edicola di tutto e di più mentre la grande distribuzione organizzata – basta andare a curiosare in un qualsiasi supermercato – tratta soltanto testate alto vendenti. La legge non è uguale per tutti?
E poi, siamo veramente certi che assicurare la presenza in edicola di ombrelli, occhiali, bamboline, coltelli, pile, ecc. sia riconoscere il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”?
Comunque, in attesa che una nuova legge sull’editoria chiarisca definitivamente (lo spero) le precise caratteristiche del prodotto editoriale periodico non mi pare di avere alcuna possibilità di scelta e non mi rimane che chiedere l’intercessione di qualche Santo (sembra che ce ne sia un gran numero ma non ricordo se ce n’è uno protettore dei giornalai) affinché il distributore locale quantomeno non esageri negli invii.
Ma se devo sperare in un miracolo, forse è meglio utilizzarlo per la lotteria.
Oppure…
Un pensiero mi passa nella mente: ma la parità di trattamento è “per sempre” o ha una scadenza come per le mozzarelle?
Mi spiego. Quando controllo gli arrivi, pescando nella cesta le pubblicazioni, ritorno con il ricordo ai tempi ormai antichi, quando facevo la raccolta delle figurine: infatti, con notevole frequenza, mi capita di esclamare, nel passarmi le riviste tra le mani: “Ce l’ho!” “Ce l’ho!”.
Raramente posso dire “Mi manca!”.
Siamo, infatti, sommersi da una marea di testate riciclate quasi all’infinito, stracolme di bollini che testimoniano ripetute rese precedenti, che ci vengono propinate (e fatte pagare) come prodotto fresco anche se, spesso, nel titolo o nel sottotitolo in bolla appare la scritta 3a, 5a ma anche 9a edizione (vedere Insomnia n. 80901 distribuita il 22 novembre 2008).
Allora mi chiedo: “Quante volte devo assicurare la parità di trattamento a prodotti del genere? ”
L’ho già fatto una volta, alla prima uscita; ho già riconosciuto all’editore il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”.
Questo diritto non scade mai? Il vincolo che mi lega è più forte di quello matrimoniale?
Se anche fosse vero che non sia possibile formulare l’ipotesi di decadenza di tale diritto, non è nemmeno consentito presupporre che lo stesso comporti l’obbligo di ricevere le medesime pubblicazioni già rese ogni qual volta l’editore, per propri ed esclusivi motivi economici, decida di ridistribuirle.
Non posso certamente credere che il legislatore abbia inteso assicurare, con la parità di trattamento, il soddisfacimento di esigenze puramente commerciali degli editori!
La ratio dell’art. 4 del Decreto Legislativo n. 170/2001 – riconducibile alla norma dell’art. 21 della Costituzione - è quella di evitare che i punti di vendita effettuino discriminazioni tra le varie testate.
Pertanto, la circostanza che pubblicazioni, già distribuite e messe in vendita una prima volta, siano introdotte nuovamente nel circuito distributivo non può comportare un’ulteriore manifestazione dello stesso obbligo poiché già soddisfatto a suo tempo: nessuna discriminazione sarebbe quindi commessa da un edicolante che rifiutasse tali pubblicazioni.
Mi rendo, però, conto che i miei pensieri hanno sconfinato in aree a me sconosciute in quanto richiedono profonde conoscenze giuridiche per cui li trascrivo su due fogli che infilo in una busta con il vostro indirizzo e, spento il computer, esco per imbucarla e acquistare un giornale da qualche collega aperto per turno lasciando, quindi, a uno dei legali.

Lucio Toffetti
Presidente SNAG - Lucca

 

Quando gli Editori vendevano i giornali sul serio
Il treno ‘999’era l’incubo dei distributori romani prima che gli editori cedessero all’avviamento su ruota gommata per unire Roma, capitale d’Italia a Milano, capitale dell’Editoria.
Il ‘999’ era l’unico treno merci che univa le due città, completamente dedicato alla carta stampata e aveva caratteristiche interessanti: la più importante per chi spediva, era di natura economica perché applicava una tariffa politica talmente bassa che faceva passare in secondo piano i disservizi che procurava, poi perché era l’unico convoglio merci che arrivava al primo binario, a pochi metri dal marciapiedi di via Marsala sul lato sinistro della stazione Termini ove potevano caricare gli automezzi dei distributori, l’ultima, purtroppo, era che, arrivando sul primo binario alle cinque del mattino, aveva dei tempi di sosta limitati a poco più di mezzora, per cedere il passo ai primi treni importanti dedicati ai “politici” in partenza. Lo scarico dei giornali era una specie di lotta a coltello fra le varie agenzie e un ruolo importantissimo lo aveva la cooperativa dei facchini della stazione Termini che metteva a disposizione trattori e carrelli per trasportare i pacchi fuori dell’area ferroviaria.
I responsabili del commerciale della stazione e i capoccia della cooperativa erano molto sensibili agli omaggi costituiti dalle pubblicazioni in arrivo, un po’, ovviamente, perché non le pagavano ma, soprattutto perché le potevano sfoggiare in anticipo sulla data d’uscita esibendole come trofei di guerra.
Perché racconto queste cose del passato?
Non certamente solo perché a una certa età si vive molto di ricordi, anche se i ricordi spesso aiutano a confrontare modi di pensare abissalmente distanti dalla realtà che oggi viviamo e che dovrebbero portare tutti a riflettere sul valore del cambiamento dei ruoli del nostro mondo.
Infatti, in quegli anni, incontrando il dottor Andrea Rizzoli (un editore che faceva l’editore) negli stabilimenti romani della “Novissima” di viale Castrense, poi per molti anni sede del Messaggero, mi azzardai incautamente a chiedere se potevo avere un piccolo quantitativo di copie omaggiate delle sue pubblicazioni per “agevolare” lo scarico della merce in arrivo da Milano.
Il dottor Rizzoli, dopo avermi pazientemente ascoltato, girò verso di me la faccia rotonda e bonaria che intanto aveva cambiato espressione e, fulminandomi con lo sguardo, disse: “Caro lei, sappia che i giornali costano impegno, fatica e denaro e non si possono regalare!”
A quel tempo gli editori stampavano i giornali per venderli!
Ho un ricordo talmente vivo di quel piccolo ma significativo episodio che ancora oggi non posso fare a meno di mettermi in tasca quattro copie di City e quattro di Leggo e gettarle nel primo cassonetto che incontro.

Lino Maesano
Presidente SNAG - Roma

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