Illegittimità dell’applicazione di spese aggiuntive: dalla Corte di Appello di Palermo la parola “fine”

Dopo una sentenza del 2015 del Tribunale di Termini Imerese, che aveva condannato il Distributore Locale a restituire all’edicolante le somme indebitamente percepite a titolo di costi di trasporto per la fornitura di giornali, è intervenuta la Corte di Appello di Palermo, ribadendo, ancora una volta, l’illegittimità dei costi aggiuntivi fatti pagare all’edicolante.

1. La vicenda sottoposta all’esame della Corte di Appello

Ancora una pronuncia in tema di illegittimità dei costi di trasporto e, più in generale, di qualsivoglia costo aggiuntivo pagato dall’edicolante.

La questione, oramai, è arcinota: l’edicolante – più o meno inconsapevolmente, più o meno liberamente o costretto – sottoscrive un contratto contenente una clausola con la quale si prevede che il rivenditore stesso debba pagare periodicamente al Distributore una somma ulteriore, variamente denominata come “costi di portatura”, “costi di trasporto”, “costi di servizio”, e chi più ne ha più ne metta, secondo la fantasia del singolo Distributore.

Di fatto, al di là ed a prescindere dal nomen juris utilizzato, si tratta di costi assolutamente non previsti e non dovuti per legge.

Questa clausola – anche se per ipotesi sottoscritta ed approvata dal rivenditore – è nulla ed illegittima e, come tale, vietata dall’ordinamento giuridico.

Ciò, si ripete, a prescindere dalla sottoscrizione del rivenditore!

Sono questi i principi espressi in una pronuncia del Tribunale di Termini Imerese (Trapani), resa nel maggio 2015, già commentata nelle pagine (allora cartacee) di questa rivista. Il giudice siciliano, in quel caso, aveva:

  • dichiarato la nullità della clausola contrattuale che prevedeva i costi di portatura;
  • condannato il Distributore Locale a restituire le somme indebitamente riscosse a titolo di spese di trasporto, oltre interessi e rivalutazione monetaria come per Legge;
  • condannato altresì il Distributore Locale al pagamento delle spese legali in favore del sottoscritto, quale difensore dell’edicolante.

E da qui nasce la vicenda decisa dalla sentenza in commento, che prende le mosse proprio dall’atto di appello, proposto dal coriaceo Distributore, avverso la sentenza del Tribunale di Termini Imerese sopra citata.

Appello teso, in estrema sintesi, ad affermare la legittimità dei costi aggiuntivi – peraltro sottoscritti ed accettati dall’edicolante – giustificati, a detta del Distributore, da una antieconomicità del punto vendita.

2. La pronuncia della Corte

Nel pronunciarsi in ordine alla questione sottopostale, la Corte di Appello di Palermo parte, come è giusto che sia, dall’inquadramento giuridico della vicenda, rilevando, in prima battuta, che la disciplina della diffusione della stampa quotidiana e periodica è stata riordinata con il D. Lgs. n. 170/2001, il quale disciplina, all’art. 5, le modalità di vendita stabilendo, per quel che qui interessa, che:

– comma 1 lett. b) <<le condizioni economiche e le modalità commerciali di cessione delle pubblicazioni, comprensive di ogni forma di compenso riconosciuta ai rivenditori, devono essere identiche per le diverse tipologie di esercizi, esclusivi e non esclusivi, che effettuano la vendita>>;

– comma 1 lett. d-sexies) <<le imprese di distribuzione territoriale dei prodotti editoriali garantiscono a tutti i rivenditori l’accesso alle forniture a parità di condizioni economiche e commerciali; la fornitura non può essere condizionata a servizi, costi o prestazioni aggiuntive a carico del rivenditore>>;

– comma 1 lett. d-quinquies) <<le clausole contrattuali fra distributori ed edicolanti, contrarie alle disposizioni del presente articolo, sono nulle per contrasto con norma imperativa di legge e non viziano il contratto cui accedono>>.

La disposizione, espressamente ispirata da esigenze di garanzia del pluralismo informativo a tutela del diritto costituzionale della libera manifestazione del pensiero, pone, in ciascuno dei commi riportati, precetti rilevanti per la definizione della controversia.

Essa stabilisce, in primo luogo, che (non solo il prezzo finale di vendita al pubblico della stampa, come previsto al comma 1 lett. a, ma anche) tutte le condizioni economiche e le modalità commerciali di cessione alla rivendita della stampa, sia essa quotidiana o periodica, devono essere identiche indipendentemente dalla qualificazione del punto vendita come esclusivo o non esclusivo.

Il dettato normativo consente, pertanto, di ritenere infondata la tesi, sostenuta dal Distributore, secondo cui l’ambito applicativo del principio di parità di trattamento sarebbe dalla norma medesima circoscritto ai rapporti tra Editori e rivenditori al pubblico, tra i quali soltanto potrebbe aversi cessione, senza offrire invece alcuno spunto di regolamentazione del passaggio del prodotto editoriale dai primi agli altri con l’intermediazione dei Distributori. Se è vero infatti che nel comma b) è adoperato il termine <<cessione>>, è pur vero tuttavia che il riferimento nel medesimo comma alle <<modalità commerciali>> attraverso cui tale cessione è operata (tra le quali certamente rientrano, trattandosi di diverse conformazioni del commercio del prodotto, le modalità di consegna, se a banco, cioè presso la sede del Distributore Locale con onere per l’edicolante di recarsi presso tale sede per il ritiro, ovvero al punto vendita e in tal caso “franco”, cioè senza corrispettivo, o a pagamento) e l’ancor più esplicito dettato del comma d-quinquies (che estende l’operatività del principio di parità di trattamento ai rapporti tra Distributori ed edicolanti) impongono di far rientrare nella nozione di <<cessione>>, all’evidenza espressa in accezione atecnica, tutti i passaggi, compreso quello intermedio della consegna assicurata dal Distributore, del prodotto a stampa dell’Editore sino al rivenditore finale.

Continuando nell’esegesi della norma, la stessa impone a tutti i Distributori di garantire ai rivenditori l’accesso alle forniture a parità di condizioni economiche e commerciali, vietando espressamente che la fornitura venga ad essere condizionata a servizi, costi o prestazioni aggiuntive a carico del rivenditore.

Ogni clausola contraria a quanto sopra è nulla.

3. I principi ricavabili

Fatte queste brevi premesse, il primo principio ricavabile dalla sentenza è che la distribuzione deve essere assicurata con modalità identiche indipendentemente dalla natura di punto vendita esclusivo o non esclusivo del rivenditore finale.

Inoltre, la fornitura non può essere condizionata all’applicazione di servizi, costi o prestazioni aggiuntive a carico del rivenditore.

Ciò detto, la Corte prosegue affermando l’imperatività ed inderogabilità della normativa in esame.

Questo significa essenzialmente due cose:

a) a nulla rileva la sottoscrizione del rivenditore: quand’anche cioè il rivenditore abbia
sottoscritto, e con ciò formalmente approvato, la clausola che preveda costi
aggiuntivi
(comunque denominati), questa clausola è e resta nulla, dunque illegittima;

b) del tutto irrilevante è poi la circostanza che, in assenza di contributo economico diretto dei rivenditori finali, la distribuzione avverrebbe in perdita, giacché è l’intero sistema della diffusione della stampa ad essere imperniato sulla remunerazione agganciata al venduto e non anche ai costi effettivi di immissione sul mercato del prodotto editoriale. Il richiamo ad una antieconomicità del punto vendita – quand’anche fosse reale ed effettiva – non giustifica mai l’applicazione di costi aggiuntivi, che restano illegittimi.

Il Giudice dell’Appello, a parere di chi scrive, non poteva sul punto essere più chiaro!

A completamento del suo incedere, la Corte siciliana si sofferma anche sull’art. 10 dell’Accordo Nazionale, affermando che, tale norma:

a) detta come regola generale di consegna dei prodotti editoriali ai rivenditori finali quella       “franco punto vendita”, preferendola, sempre che non ricorrono le condizioni ivi pure            espressamente previste, i presupposti per la “consegna al banco”;

b) esclude che il rivenditore sia obbligato a corrispondere un compenso per la consegna          presso la rivendita se non per esigenze motivate da oggettive e dunque riconoscibili            difficoltà di accesso.

Ribadendo in questo modo che, anche ai sensi dell’Accordo di categoria, la consegna dei
prodotti editoriali deve avvenire presso i singoli punti vendita “franco punto vendita”
.

Inevitabili le conseguenze giuridiche dei principi affermati:

– rigetto dell’appello proposto dal Distributore;
– conferma integrale della sentenza del Tribunale di Termini Imerese;
– condanna del Distributore al pagamento di tutte le spese di causa.

Un’altra vittoria piena del rivenditore interessato e dello SNAG che lo ha supportato!

Si spera – dopo questo ulteriore e così autorevole pronunciamento – che davvero tutti i Distributori dislocati sul territorio nazionale pongano immediatamente fine alla pratica illegittima di prevedere costi aggiuntivi di trasporto o diversamente denominati, restituendo ai singoli rivenditori quanto illegittimamente incassato in esecuzione di tale clausola nulla.

Diversamente, si reitera ancora una volta l’invito, rivolto a tutti gli edicolanti ancora vittime di tali condotte, a denunciare l’accaduto allo SNAG.

Avv. Antonio di Biase